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CAPITOLO IV


I GIROLIMINI A MADDALENE

Al momento dell'arrivo a Maddalene dei Girolimini, la Chiesa stava attraversando uno dei periodi più difficili della sua storia millenaria a causa del degrado dei costumi a delle lotte interne alla stessa Curia Romana per il potere.
Erano i tempi in cui sul soglio pontificio sedeva papa Martino V, il quale impegnato nella crociata contro la Boemia che sosteneva l'eresia di Huss, favorì con la sua assenza da Roma, il caos all'interno del palazzo vaticano. Al suo rientro in città, il Pontefice si adoperò molto per restaurare 1'ordine a Roma, impegno che si protrasse fino alla sua morte avvenuta nel 1431.
Dal Conclave uscì eletto papa Eugenio IV, il veneziano Gabriele Condulmer, profondo conoscitore anche delle questioni vicentine, il quale volle imprimere alla Chiesa una svolta decisiva per frenare il dilagante malcostume a riportarla allo spirito originario del cristianesimo. Il suo zelo non poteva non interessare anche il territorio vicentino. Tra le varie iniziative adottate da questo Pontefice va infatti ricordata anche quella del 10 gennaio 1437, con la quale incaricò 1'arcidiacono vicentino Antonio De Cadiani di conferire il possesso della Chiesa a convento di S. Maria Maddalena a relative terre annesse (che aveva provveduto a separare qualche giorno prima dalla prebenda arcidiaconale del Duomo) ai frati Girolimini della congregazione del beato Pietro Gambatorta di Pisa (1) .
Lo stesso giorno, infatti, fr. Bartolomeo di Agostino da Siena a fr. Giovanni di Antonio da Piamonte, prendevano possesso dei beni loro assegnati (2), iniziando umilmente la loro presenza in questa estrema propaggine della città, a portando anche in queste terre l'esempio della Loro vita eremitica. Erano cosloro, motto probabilmente, dei laici che amavano condurre una vita separata dal mondo per dedicarsi esclusiva mente alla perfezione di intime esigenze spirituali a morali mediante la preghiera, le mortificazioni della carne, le privazioni, la povertà a la solitudine, come prevedeva la loro regola. Eugenio IV, confidava molto nell'opera a nell'esempio dei frati di questa congregazione per riuscire nel suo intento adottato all'indomani della sua elezione al soglio di Pietro.
L'insediamento di questa nuova comunità religiosa portò da subito notevoli benefici, tra i quali i laboriosi lavori di bonifica per il recupero dei paludosi terreni circostanti a un progressivo aumento di nuovi nuclei famigliari qui attirati dalla possibilità di coltivare le terre a quindi, di sfamarsi con i buoni raccolti.
Non tutta la popolazione di Vicenza fu però contenta di questi nuovi monaci: in molti infatti avrebbero preferito ai Girolimini gli Eremitani di fra' Simone del Monte Ortona, nelle vicinanze di Padova, più conosciuti a quindi anche apprezzati. Alle sollecite rimostranze della città di Vicenza verso il Pontefice che li aveva fortemente voluti, papa Eugenio
IV non dette ascolto, confermando anzi 1'operato dell'arcidiacono De Cadiani con una bolla emessa l' 11 marzo 1437 da Ferrara, città in cui si stavano svolgendo i lavori del Concilio di Basilea, trasferitosi per necessità nella città emiliana. L'investitura papale dei Girolimini del convento di S. Maria Maddalena, anzichè spegnere le polemiche, le attizzò ancor di più. Tanto le autorità del tempo, quanto la popolazione insistevano per 1'allontanamento da Vicenza dei nuovi arrivati. Certa
mente deve aver influito negativamente sulla popolazione la rigida regola di questi monaci, venuti a morigerare costumi a abitudini ormai consolidate nella gente, ma lontani assai dallo spirito evangelico. Tuttavia Eugenio IV non volle sentir ragioni ed il 13 marzo 1438, ancora da Ferrara, emanò una nuova bolla nella quale dichiarava apertamente il suo
sostegno ai Girolimini, arrivati al convento di S. Maria Maddalena per primi a da oltre un anno. Si chiudeva così, con questa bolla pontificia la diatriba tra i vicentini ed il Pontefice a tutto favore della comunità religiosa dei Girolimini.
Nonostante 1'ostile accoglienza ricevuta dalle genti vicentine, questi monaci, guidati da fr. Bartolomeo non si persero d'animo a si misero subito all'opera nell'intento di migliorare a ampliare sia la Chiesa che il convento che li ospitava. Dalle notizie raccolte, questa prima comunità era composta da una decina di religiosi, compreso il Priore.
Superati i primi anni di isolamento, (allora la città vera a propria esisteva soltanto dentro le mura, a Maddalene era veramente aperta campagna) questi religiosi ebbero subito modo di farsi apprezzare da quella stessa gente che inizialmente li aveva invece osteggiati. Non tardarono ad arrivare lasciti a generose offerte che furono impiegate nei nuovi lavori intrapresi. Non mancano al riguardo, numerose testimonianze a documentazioni, come quella del 21 aprile 1439, quando vennero lasciati da uno sconosciuto duecento ducati aurei per la costruzione dell`eremitorio di S. Maria Maddalena". Anche un'altra nobildonna dell'epoca, Imperatrice Bissarí donò il 20 settembre 1456, venticinque ducati per lo stesso motivo.
La comunità religiosa aveva una propria organizzazione con al vertice il Priore, responsabile principale, ed un procuratore, al quale era affidato 1'incarico di sbrigare gli affari correnti riguardanti la comunità religiosa. Tanto la carica di Priore quanto quella di procuratore, in genere venivano ricoperte a turno dai membri della stessa comunità a avevano la durata di circa un anno. Questo si evince dalla lettura degli atti capitolari, durante i quali tutti i religiosi presenti davano o negavano il loro assenso alle proposte presentate di volta in volta dal padre priore a che riguardavano gli interessi del convento. Il capitolo veniva convocato dal priore al suono della campanella, la stessa ancor oggi esistente nel coro della Chiesa di Maddalene, luogo deputato tanto per le preghiere quanto per la celebrazione dei capitoli.
Data lettura dell'argomento da trattare, ad ogni religioso veniva richiesto di esprimere il proprio parere a di sottoscrivere 1'atto relativo (simile ad un verbale attuale), registrato poi dal notaio di turno.
In oltre 350 anni di presenza di questi Girolimini, i priori succedutesi furono parecchi; di molti sono rimasti nomi a cognomi, di altri si conosce, invece poco o nulla. Solo verso il 1500 i monaci cominciarono a redigere regolari scritture, tuttora conservate, dalle quali si sono potute ricostruire le varie presenze.
Detto del primo religioso Girolimino arrivato a Maddalene nel 1437, si conosce anche il nome del secondo Priore(3) fr. Arcangelo de Ugubio, il quale dovette il 18 settembre 1440, difendere i diritti acquisiti sul convento di Maddalene contro 1'abate Pietro Paruta, priore del Monastero di San Felice, che rivendicava per sé le pertinenze che il papa Eugenio IV aveva invece concesse al convento di Maddalene. In questa contesa il priore di Maddalene era appoggiato dai confratelli fr. Fílippo da Rimini, fr. Andrea di Alemagna, fr. Leonardo da Urbino a fr. Giovanni da Reggio Emilia. Questo contrattempo non impedì tuttavia agli eremiti di proseguire nella Loro opera di ampliamento del monastero. E' facile supporre che il completamento della Chiesa a dell'intero complesso conventuale sia stato eseguito in epoche diverse. Lo si deduce da alcuni disegni ritrovati in vari fondi archivistici, eseguiti in tempi diversi, in cui solo all'inizio del 1700 il convento viene riprodotto integralmente. In altra documentazione consultata, è emerso che ancora nel 1655 erano in corso dei lavori di rifacimento dell'altare maggiore, che i frati avevano affidato alto scultore Zuanne Merlo. Durante questi lavori, vengono ritrovatevate anche delle reliquie, come risulta da una dichiarazione firmata dal Priore, dal procuratore del convento a dai muratori che stavano eseguendo i lavori, attribuite a S. Maria Maddalena, che vengono riposte in altro sito non meglio specificato, comunque sempre all'interno della Chiesa. E' stato interessante, consultando questo fascicolo, il ritrovamento di un bozzetto elaborato dallo scultore Zuanne Merlo, riproducete le colonne in marmo dell'altare maggiore, così come sono ancor oggi visibili. Nel retro del bozzetto, è riportata la data del 22 marzo 1665 e la firma dell'autore in calce alla ricevuta di un anticipo di "ducati sei correnti" avuti dal priore di Maddalene per i lavori all'altare anzidetto.
Sempre sfogliando la medesima documentazione, è stata ritrovata un'altra ricevuta in cui il tagliapietre Domenico Pozzo dichiara di accettare 1'incarico della costruzione della balaustra della Chiesa per la somma di "troni 142". Anche questo fatto, sembra quindi, avvalorare la tesi che il completamento dell'intero complesso conventuale, compresa la Chiesa, sia stato ultimato soltanto alla fine del XVI" secolo.
Di questo "Zuanne o Giovanni Merlo" ci fornisce alcune notizie lo storico vicentino Don Mario Saccardo nella sua pubblicazione "Storia d'arte a di artisti vicentini".
Secondo questo autore, Giovanni Merlo aveva altri due fratelli, Federico a Domenico, i quali il 6 giugno 1691 chiesero ai "deputati ad utilia" della città di Vicenza di poter avere la cittadinanza vicentina. Cosloro provenivano dalla località milanese di Albogasio di Valsolda, dove già facevano i muratorí a scalpellini. Giovanni Merlo, a con lui i suoi due fratelli, ottenuta la cittadinanza vicentina, si iscrisse alla corporazione dei muratori a lapicidi tra 1' 8 novembre 1655 a 1' 8 novembre 1656. Di questa fraglia o corporazione fu nominato consigliere 1'8 novembre 1667, 1'8 novembre 1681 a 1'8 novembre 1684. Ebbe almeno quattro figli: Francesco, Carlo, Antonio a Domenico. La sua morte dovrebbe essere avvenuta tra il 3 agosto a 1'otto novembre 1708. Questo scultore operò in parecchie chiese del vicentino, come ad esempio nella Chiesa di S. Maria Nova a Vicenza, S. Giuliano, S. Francesco di Paola e, fuori città, nelle parrocchiali di Enego a di Trissino.(5) Ora, possiamo aggiungere con certezza a questa lista, anche la Chiesa del convento di S. Maria Maddalena. Come ricordato più sopra, sono opera di questo Giovanni Merlo tanto 1'altare maggiore quanto i due laterali, detti, quello di sinistra di Nostro Signor Gesù Cristo, a quello di destra della Madonna con sant'Antonio da Padova. Molto probabilmente sono da attribuire a lui anche le dieci statue in pietra di Vicenza che si trovano alloggiate tanto sul coro quanto sulla navata della Chiesa a che dovrebbero rappresentare gli apostoli.
Trascorsi i primi anni non proprio facili a Maddalene, piano piano la popolazione della città cominciò a considerare in modo meno ostile questi nuovi arrivati. Dall'iniziale diffidenza, si passò via via ad un sempre maggiore apprezzamento dell'opera svolta dai Girolimini, fino ad arrivare al 28 agosto 1452, allorché in seguito ad una precisa richiesta della popolazione, i "deputati ad utilia" del popolo vicentino, con il pieno appoggio del Vescovo card. Pietro Barbo, ricorrevano a papa Nicolò V, successore di Eugenio IV, per chiedere che ai Girolimini di Maddalene fosse affidata anche l'officiatura della Chiesetta del Monte Summano. L'incarico, puntualmente, fu concesso qualche mese più tardi, tra la viva soddisfazione della popolazione della città. Questa richiesta dei deputati ad utilia va intesa come segno di riconoscenza di Vicenza verso questi
eremiti che con una vita esemplare seppero conquistarsi l'ammirazione della popolazione della città a sopratutto della campagna, che piano piano andava ripopolandosi. Per questo effetto, anche attorno al Convento di S. Maria Maddalena si andava costituendo un nuovo nucleo abitato, la cui popolazione poteva usufruire di quella assistenza spirituale che era, all'epoca, l'unico sollievo morale in una vita veramente di stenti.
La riprova dell'apprezzamento a del buon nome che i Girolimini ottennero in oltre tre secoli di permanenza a Maddalene, sono le numerose donazioni ricevute sia in terreni sia in denari. Una di queste merita di essere segnalata essendo ampiamente circostanziata. Si tratta del testamento datato 4 settembre 1467 dell'arciprete di Arzignano Antonio Da Rimini, fratello di fr. Filippo da Rimini, Girolimino nella comunità di S. Maria Maddalena(6) . Assisteva alle ultime intenzioni di questo testatore il priore del convento di Maddalene, fr. Leonardo. Questo arciprete lasciava suo erede universale il monastero di S. Maria Maddalena ed al contempo ordinava di essere sepolto in un sepolcro nuovo appositamente costruito dai frati. Questo sepolcro, motto probabilmente è ubicato sotto uno dei due altari laterali della Chiesa di Maddalene, essendo all'epoca dei fatti narrati, consuetudine la sepoltura all'interno di chiese a conventi, almeno per persone di un certo rango.
Come spesso accade, vi furono anche parecchie controversie testimoniate dalla poderosa raccolta denominata "processi" a formata da ben 15 raccoglitori contenenti ognuno parecchie cartelle di documentazione da cui è stato possibile ricostruire alcune interessanti vicende che di seguito narrerò.

I LOSCHI, IL CONVENTO E L'ACQUA DELLA "ZILIA"

Nel 1436, un anno prima della consegna del convento di Maddalene ai Girolimini, il conte Antonio Loschi ottenne dal monastero di San Felice una vasta area paludosa ed insalubre al Biron, offrendo in cambio alcune proprietà ad Angarano. Come ricorda Rita Menegozzo nella sua pubblicazione "Il Tiepolo ed i nobili vicentini", "L'opera di bonifica ebbe un tale successo che la campagna è assai fertile ed anche il monte stesso in più luoghi sono vignati ed abbondano d'uve di buonissima qualità colle quali si fanno vini prelibati. Colla legna de boschi la povera gente fa commerzio in città, ed è alla stessa gente di grand'aiuto. Scorre per questa valle un rivo (la Dioma) che viene dalla Costafabbrica a gira due ruote ai molini, passa alle colture di S. Felice. Ma le contrade più distinte sono Costiggiola a Biron ". Per consentire alla roggia Dioma di avere acqua sufficiente a far girare le ruote dei molini a anche per irrigare le terre, i Loschi nel corso degli anni provvidero con appositi lavori ad aumentare la portata d'acqua della roggia predetta. Fu proprio Francesco Loschi, discendente di Antonio, nel 1584, a dare vita alla controversia per lo sfruttamento delle acque della 'Zilia" (7) un fossato trasversale alla Seriola che nasceva nel luogo chiamato "prà del Zucco" a "comincia a correre nei campi del conte Pietro Paulo Bissaro a va per una fossa posta nella possessione dei padri sino alla botte o pontesello, a per altre vie bagna li campi del signor conte Fraucesco Losco a ultimo luogo, casca nella Ceriola ". Questa particolareggiata descrizione è più volte ripetuta da diversi testimoni dell'epoca chiamati a deporre al processo intentato dai frati di Maddalene contro il come suddetto, proprietario di alcune terre vicine a quelle del convento acquistate qualche anno prima da tale Steffano Padoani.
Le divergenze nascono allorché nel 1584 il conte Losco ordina ai suoi lavoranti di rompere un argine fatto dai monaci del convento di Maddalene sulla Zilia per irrigare i prati situati nelle vicinanze. Secondo la versione fornita dai testi chiamati dai frati, questi ultimi hanno sempre avuto, a memoria d'uomo, il diritto esclusivo di sfruttamento di queste acque, anche perché essi hanno un numero di campi maggiore di quelli del conte Losco.
L'arroganza di quest'ultimo deve, quindi, a loro dire essere punita e la condanna additata ad esempio quale monito per chiunque intenda calpestare i diritti altrui. Alla richiesta del priore di Maddalene, padre Filippo Di Grezzani, il podestà di Vicenza istruisce il processo contro il nobile Losco. L'intera trascrizione degli atti del processo, mi ha consentito questa ricostruzione dei fatti. E' fuori dubbio che l'accresciuta potenza dei Loschi, abili nell'aver saputo rendere fertile una vasta zona paludosa, arrivando con le loro proprietà a ridosso di quelle dei frati di Maddalene, ha consentito loro di risolvere di forza le labili resistenze dei piccoli confinanti. Non così con i frati Girolimini. Ed infatti, dopo quattro anni di interrogatori di testimoni dell'una a dell'altra parte, arriva il 30 luglio 1588 la sentenza del podestà di Vicenza che condanna il come Francesco Losco per il danno causato ai frati con la rottura dell'argine della Zilia e lo obbliga a non importunare oltre i religiosi di Maddalene.
Di questo fossato oggi non rimane traccia. Neppure tra le persone più anziane del luogo vi è memoria d'esso. Tuttavia, in un disegno allegato agli atti del processo succitato, viene evidenziato in modo chiaro ed inequivocabile. In via ipotetica potrebbe trattarsi dello stesso alveo originario della roggia Contarina, fatto scavare in quegli anni dai nuovi arrivati nobili Contarini, a fatto deviare anziché sulla vicina Seriola, nella più lontana Dioma, attraversando l'intera campagna posta al Pian di Maddalene, contribuendo a risolvere i problemi della irrigazione dei campi tanto dei Contarini quanto dei Loschi, con il vantaggio per questi ultimi di poter usare l'acqua della Dioma per il funzionamento dei loro Mulini situati al Biron, lungo il corso d'acqua predetto.

LA CONTROVERSIA CON I GOVERNATORI DELLA COLTURA
DI S. CROCE PER IL PAGAMENTO DEL DAZIO SULLA MACINA

Questa vicenda (8) ha inizio nel 1670, ed ha per protagonisti i Governatori della Coltura di S. Croce ed il convento di Maddalene. Tra le varie incombenze di questi Governatori, vi è anche quella di provvedere alla riscossione dei vari balzelli da consegnare successivamente alle casse del Comune. Una delle imposte contestate, da parte dei Girolimini, è la tassa sulla macina del grano turco, che i Governatori vorrebbero imporre anche a loro.
Il 14 giugno 1670 il coadiutore episcopale Nicolas Mapheus emette la seguente ordinanza:

"Ad istanza del Rev.do Convento delle Maddalene, sarà citato domino Michiel Calibran esattore della Coltura di S. Croce, sive li huomeni di Detta Coltura, et detto Calibran per ogni suo intendere alla revocazione della sua intimazione, et ciò per il giorno che li sarà detto dall'esecutor della presente, et intanto non possi esser fatta novità in pena della nullità et retratazione d'ogni attentato.
Nicolas Mapheus Goad. eposcopalis"

Il giorno successivo, 20 giugno 1670 1'arcidiacono e giudice conservatore Trissino convoca il priore del Convento di Maddalene Ludovico Porto per sentire la sua versione dei fatti. Il 21 giugno seguente è lo stesso Trissino ad ordinare il seguente provvedimento:
"De ordine dell'Ill. mo domino Trissino archidiacono su istanxa di domino Michiel Calibran, esattore della Coltura di S. Croce, sono intimati alli Rev.di Padri Delle Maddalene, che nel termine di giorni tre debbano haven fatto esborso ad esso esattore di troni trentasei per pubbliche imposte, altrimenti spirato esso termine predetto, che sarà proceduto contro di essi, et effetti loro un mandate di cavalcata, a tutte lore spese, potendo esser esseguita per li officiali del foro seculare la relatione et senza pregiudizio di summa maggiore.
Vicenza, dal palazzo episcopate.
Bernardino Facinus coad. ep.lis"

Passano ancora alcuni giorni, ma i Girolimini non intendono sottostare agli ordini impartití. Si rifà vivo quindi 1'esattore che comunica alla autorità comunale la mancata osservanza da parte dei frati dell'ordine di pagare le imposte. E' il 27 giugno quando Michiel Calibran scrive al vice capitano questa missíva:
"La scrittura delli rev.di Padri e Convento di Maddalene 20 giugno nella cancelleria episcopate ben dimostra la levidezza de loco pensieri mentre difficultano il pagamento all'esattor della povera Coltura di S. Croce della pubblica imposta con giusto equilibrio datoli da scoder da tutti prencipiando da essi rev.di Padri et acciocchè cessino ogni loro maraviglia et indolenza la Coltura mediante i suoi interventi ha volute esibire la ferma delle lore azioni, nella qual facendo il dovuto riflesso, una ad altra scrittura che congiuntamente prodursi anderanno dall'ingiustizia della contesa, a che non possano un qualunque progetto sottrarsi dal pagamento da essi altre volte pratticato a però quando volontariamente non li rinoncino, seguirà la confermatione della intimazione fatagli ad effetto di poter eseguire così privilegiato credito a sollievo di essa Coltura a di suoi miserabili habitanti a nella specie di che far ricorrenza." Come si vede, l'accusa formulata dall'esattore Calibran è piuttosto pesante a circostanziata.

Interessato della vicenda anche il competente magistrato veneziano, perchè esprima il sue parere in proposito, in data 28 giugno 1670 Nicolò Foscarini emette una sentenza che mortifica le attese dei frati di Maddalene. Dice infatti questo magistrate veneziano:
"Ci espongono li huomeni a governatori della Coltura di S. Croce di questi città (di Vicenza) avere secondo il solito lore use imposto le lore collette e contribuzioni a avervi alcuni delli collettari, a principiando dalli Rev.di Padri delle Maddalene, che ricusano di fare il pagamento alli medesimi imposto, dicemo che senza alcun intervallo, o ritardo fatto che sia d'ogni uno
delli collettati il pagamento effettivo, qual fatto siano poi salve le ragioni di chi si sentisse agravato, a quali dimetterà poi Giustitia non admetendo avanti esso pagamento alcuna eccettione in contrario, et così eseguirà a si farà. "
Come è facilmente intuibile, l'intimazione è categorica: prima si faccia il pagamento delle imposte dovute a poi chi ritiene di essere tassato ingiustamente faccia ricorso alla Giustizia. Questo in sintesi il concetto espresso dal magistrato veneziano Nicolò Foscarini.

Tale ordinanza viene recapitata alla autorità vicentina che provvede di conseguenza a farla conoscere agli interessati.
Infatti, il due luglio seguente, il Podestà di Vicenza comunica ai religiosi Girolimini il parere del Collegio dei X Savi, così esordendo:
"Per istanxa riverente fattagli per il motto Rev.do Padre Porto priore del convento di Maddalene, ha sospeso et suspende l'essecutione Delle tre levate per la Coltura a huomeni di S. Croce a contro detto convento dagli ecc.mi Signori del Collegio dei X Savi per giorni sei prossimi ad effetto che detto Padre priore posse Provvedere a suoi interessi, col ricorrere all'Ecc.mo Magistrato, non potendosi intanto fare novità alcuna. "
Forti di questa sospensiva loro offerta, i religiosi di Maddalene si preparano per meglio difendere le loro tesi.
E'il 3 luglio 1670 quando questi ultimi presentano un loro nuovo scritto contenente l'esposizione dei fatti dal loro punto di vista.
"Ben dimostra patente - inizia il Priore Lodovico Porto - il moderno esattore della Coltura di S. Croce l'amarezza dei suoi torbidi riprovati pensieri, tendono ad inquietar anco abitualmente li molto reverendi Padri delle Maddalene. Ritrovati egli al pretesto, tutto senza la partecipazione a scienza delli Governatori, che consci di quanto con atti di pure amorevolezza ricorrono giornalmente dai Padri a Convento del comodo delle Messe, somministrazione de sacramenti, sepoltura a' morti, et altro si come per il passato mai hanno permisso la quietezza da suoi esattori per cause di asserite gravezze al Convento, così di presente mano gaverian lassato trovar questa mostruosa novità, sapendo più che benissimo che li obblighi della sue Coltura non hanno equilibrio aggiustato col minimo di qualche importanti gravezze, che non concidono li Padri, anzi negano, atteso li uso, il tempo a la ragione che però assai meglio farà detto esattore a disistere della indebita appasionata molestia, a pratticarà quello, che altri suoi predecessori per il corso d'anni e d'anni hanno sempre usato col predetto convento; altrimenti seguirà giudixio a suo favore con la riconvocazione et indebita intimation, a nelle spese, oltre le quali è salve o riservatta ogn'altra ragione a cittaxioni a difesa alto stesso convento, a suoi Padri competente. "

Mentre questa lettera è indirizzata al vice capitano di Vicenza, lo stesso 3 luglio il priore Porto risponde alla intimazione del Foscarini in questo tono:
"Praticano artifixi li governatori della Coltura di S. Croce per contenuare la indebita intimatione del suo esattore contro li Padri della Madalena, onde hanno presentato certi libri che per questi non hanno fondamento alcuno per li fini prefigurati. Li Padri suddetti che hanno ragioni inscusabili, non assentono a detta presentazione ma li governatori anzi devono parlare più oltre a procedili e delle spese tutte di qualunque some ci siano con tutta la chiarezza a distintione et copia quali formata la gravezza importano debitori li padri da marzo 1669 passato delle due partite di troni 31.
Non si proclamano li medesimi Padri resistenza alcuna nei predetti Governatori nella pronta esibizione che dalla Giustizia siano attrati. Salve e rinovate sempre qualunque ragioni alli padri medesimi competenti. "

Tra una convocazione ed una intimazione la vertenza si trascina senza alcuna novità fino alla fine del mese di agosto 1670. Poi, per sei lunghi anni, nulla di nuovo succede fino al 19 settembre 1676, allorchè i frati, citati nuovamente dall'esattore Calibran Michiel, debbono tornare a difendere le loro tesi.
Nel frattempo, intanto, neanche il Collegio dei X Savi a Venezia, ha deliberato alcunchè al riguardo. In questo stato di fatto si arriva al 28 luglio 1704, allorchè viene recapitato al procuratore del convento padre Trolese Michelangelo la seguente comunicazione:
"Non può sussistere l'indebito capriccioso et ingiusto comparto da troni 31 buona valuta che gli huomeni della Coltura di S. Croce prettendono adossare alli Reverendi del Convento delle Madalene per preteso dacio di macina come nel biglietto a stampa fattogli pervenire et perciò fanno che a loro istanza resti citato li sudetti huomeni di detta Coltura, sive signor Andrea Piccinini, loco procuratore. Avanti l'illustrissimo et ecc.mo signor Capitano per il giorno li sarà detto dalli esecutor della presente che esser detto comparto ritrattato et ridotto al solito et conveniente che sarà in Giudizio dedotto et ita il rev.do padre procuratore del convento a ciò per li 29 luglio. "
Il giorno successivo, in rappresentanza del convento interviene il Padre Michelangelo Trolese, mentre per gli uomini della Coltura interviene il loro procuratore Andrea Picinini.
Al capitano viene esposto il caso oggetto della controversia, ma questi non prende alcuna decisione, rinviando la discussione in attesa di approfondire la conoscenza della contesa. Arriva così il 26 febbraio 1706, quando avute le necessarie delucidazioni sulla imposizione da parte del Senato Veneto, viene richiesta una nuova elencazione dei contribuenti della Coltura di S. Croce in sostituzione di quella presentata precedentemente, al fine di far pagare il giusto tributo a tutti coloro che ne sono obbligati come previsto dal decreto del Senato Venelo del 21 dicembre 1695. Il capitano di Vicenza incarica quindi il notaio Canestraro Bernardo di redigere il nuovo elenco che viene completato a consegnato
al committente il 30 marzo 1723. E' proprio questo elenco, chiamato "vacheta", che ci permette di conoscere i nomi degli abitanti della coltura dell'epoca. Così troviamo Francesco Calibran, Stefano Tosato, Iseppo Borso, Iseppo Santin, Antonio Marcon, Lorenzo Marchesini, Francesco Bardelaro, Pollo Zuanne o Giovanni, Pasqualotto Domenico, Zambon Francesco (che viene descritto come infermo all'ospedale), Marola Giacomo a Rossi Giacomo, Baldan Antonio, Veronese Bastian, Gobato Zuanne, Busolo Giacomo, Bonelto Anna, Canton Domenico; a ancora Bortolamio Carta, Pietro Montemezzo, Battarotti Antonio detto Mattiello, Pagello Bortolamio, Zanolo Carlo, Arpegaro Zuanne, Todescato Giobatta, Anzolo Maddalena, Gian Maria Rizzi, detto Morando, Bortolazza Lucia, Francesco Franco, Tapparello Iseppo, Santolin Bartolamio, infermo; a ancora Giacomo Ferarotto, scritto proprio così, questo certamente un mio avo, che lavorava campi 70 con una boaria in Lobia. E poi ancora Francesco Dall'Osto, Giacomo Calcara, Girolamo Testa, Anzolo Paiusco, Paulo Pavan, Paulo Crestanello, Francesco Marangon, e questi per citare solo i nomi più noti.
Questa nuova lista, riveduta e corretta, consegnata al capitano di Vicenza, gli consente di poter imporre le nuove tasse, ed infatti il 16 novembre 1723 il padre Francesco Dalle Molle, procuratore del convento di Maddalene, deposita ducati sette quale imposta dovuta dal convento, che sono comunque molto meno dei trentuno pretesi anni prima dai governatori di allora, quale imposta di macina di sorgo. La contesa comunque non è ancora giunta al termine. Il primo ottobre 1728 Iseppo Ghirardello, decano della Coltura di S. Croce, comunica a Benedetto Ongaro, governatore della stessa Coltura, che il convento di Maddalene non è mai stato allibrato per imposta per macina sorgo, perchè non vi è soggetto. Il tutto a seguito della insistenza con cui questo Ongaro vorrebbe obbligare i Girolimini al pagamento della predetta tassa. Finalmente il 20 aprile 1729 il Vice Capitano di Vicenza Antonio Diodo, emette la sua sentenza.

"Se è così
dice il testo della sentenza - che le Colture della città e così quella di S. Croce, non siano obbligate verso il territorio a corrispondere che il solo datio della macina minuti e seppure così è, che li reverendi Padri della Maddalena non facciano macinare o consumino minuti. Comandiamo alli Governatori d'essa Coltura, che nelle cote degli habbitanti comandate alla Coltura medesima per il pagamento del suddetto datio, non debbano includere essi rev.di Padri come quelli non macinano o consumano grani come sopra soggetti a molto meno debbano quelli carrattare nel comparto sarà fatto, o obbligarli ad altro pagamento in pena di ducati 50 in spetialità e maggiori etiam corporali ad arbitrio in caso di inobbedienza ". In seguito
a questa sentenza, il 5 novembre 1737, viene stipulato tra il signor Paolo Stoppa, "sublocatore del datio macina di tutte le biade da spiga di tutte le Colture della città" ed il governatore della Coltura di S. Croce dr. Gaetano Testa per conto del sindaco Antonio Fabris, íl seguente accordo: "Addi 5 settembre 1737 in Vicenza. Si dichiara colla presente scrittura, come il signor Paolo Stoppa, subcondutor del dazio macina di tutte le biade da spiga di tutte le Colture di questa città ha sublocato il dacio della Coltura di S. Croce alla Coltura stessa per lire milleduecento a sette, soldi dieci, valuta di Camera all'anno per tutti gli anni sei della sua subcondotta principianti l'8 agosto passato a termineranno 8 agosto 1743 con obbligo alla suddetta Coltura di pagare la suddetta somma di lire 1207.10 dentro li sette del mese di agosto di ciaschedun anno con patto a condizione espressa che non pagando pontualmente per detto giorno cada nella pena del dieci per cento per la quale egualmente, che per il capitale possa dal medesimo signor Stoppa essere proceduto colle esecuzzioni parate in forma di camera.
Dichiarando in esecuzione di quanto è stato incaricato nella scrittura di sua subcondotta che resta accordata a tutti gli abbitanti della suddetta Coltura la libertà di poter mandare a venire a rimorchiare le loro biade a molini di questa città senza altro maggior aggravio, che quello di ricevere la Bolletta che li sarà consegnata gratis dalla persona del massaro della Porta di S. Croce, allo quale doveran esser denonciata fedelmente in qualità a quantità tutta la biada che sarà condotta a macinare in questa città, la quale ridotta in farina usciranno anche liberamente dalla città stessa cotta scorta della Bolletta medesima. In fede le parti si sottoscriveranno.
Io dottor Gaetan Testa mi son sottoscritto per nome del signor Antonio Fabris sindico attuale della Coltura di S. Croce, nec non dalli Antonio Trentin et Antonio Nicolin colleghi.
Io Paolo Stoppa Affermo quanto sopra.
Si dichiara con la presente scrittura come li Governatori della Coltura di S. Croce, esseguendo l'auttorità impartita dalla loro vicinia de128 ottobre 1737 destinano il signor Antonio Stoppa di questa città per loro riscuottitore del dazio macina da spiga della loro Coltura con li patti seguenti:
Primo. Doverà sussistere la presente per anni sei continui, cioè dal 1738 venturo per tutto 1743, a doverà far sei riscossioni annuali a così sei pagamenti.
Secondo. Riscuottere da tutti li Coloni, et abbitanti niuno eccettuato a tenor della Polizza che le doverà esser consegnata da Governatori pro tempore ogni anno alli 8 di luglio come pure contenirà qualunque altro come Artista, o nobile Consorte o altro, che vi habitasse anco poco spazio di tempo a non doverà essiger da villiti detti anni cinque in su più de soliti vinticinque bona valuta per testa, e delle Boarie lire sei pur bona valuta per cadauna Boaria, et a raggione di boaria a così da osti a mollinari quello è giusto al praticato degli anni decorsi, con condizione che mancando nella Polizza Persone, siano queste aggiunte dal riscuotitor con doppia imposta a dazio de governatori che gli omettessero.
Terzo. Doverà esso riscuottitore ogni anno pagare a conduttori di tal dazio lire milleduecento a sette soldi dieci b.v. per li 8 agosto di cadaun anno, e consegnare ogni anno dentro il mese suddetto a Governatori il ricevere di saldo a per cauzione de essa Coltura il signor Paolo Stoppa procuratore del signor Antonio si costituisce suo pieggio a seguirà per l'intiero adempimento dello stesso pagamento et in fede le parti si sottoscriveranno.
Io dottor Gaetan Testa mi sottoscrivo per home di domino Antonio Fabris, sindico a governatori per non sager essi leggere a scrivere.
Io Antonio Stoppa affermo quanto sopra. "

Con questo accordo, termina anche questa lunghissima controversia, che oltre ai Girolimini aveva visto coinvolti anche gli stessi abitanti della intera Coltura di S. Croce.
Sembrerebbe, leggendo attentamente questa documentazione, che 1'iniziativa portata avanti dai frati, avesse come scopo principale quello di una revisione della esosa tassazione imposta dalle autorità cittadine agli abitanti delle Colture a del territorio, essendo fin troppo sentita 1'esigenza di una maggiore equítà impositiva che equiparasse gli abitanti delle Colture a quelli della città.

Concludendo si può quindi affermare, che la nelta presa di posizione dei frati, inizialmente unici colpevoli del mancato pagamento delle imposte loro assegnate, ad altro non sia servita che obbligare le autorità cittadine ad una revisione delle "gravezze" sopratutto a beneficio della misera popolazione che viveva del duro lavoro dei campi attorno al convento di Maddalene, soggetta anche ad insopportabili vessazioni che rendevano ancor più precaria la loro esistenza.


I CONTI REPETA E LA VICENDA DELLA STRADA USURPATA

Nella vicina Costafabbrica, dal nome dei conti Bissari divenuta in seguito Costabissara, la ricca a potente famiglia Repeta (9), veneziana di origine, possedeva notevoli estensioni terriere che confinavano a sud con quelle dei Girolimini a dei nobili Contarini poste a Maddalene. I Repeta avevano anche alcune fattorie in località San Valentino a possedevano la casa padronale lungo l'attuale via Roma a Costabissara. Una mappa del 1682, mostra chiaramente quali fossero le proprietà di questa nobile famiglia, ed in particolar modo sono indicate le fattorie con una peschiera anticamente collocata a ridosso della strada. La peschiera attingeva acqua alla sorgente detta "delle fontanelle" posta sui colli a ridosso della proprietà. L'acqua veniva poi convogliata in un condotto che la portava ad una cisterna situata alle pendici del colle, dietro una delle fattorie. Quest'acqua era condivisa dai conti Repeta con i conti Bissari, visto che essi godevano della giurisdizione Delle acque come testimonia un atto del 1565 di "notificazione acque" in cui si legge che era riservata ai conti Bissari la giurisdizione dell'acqua in qualunque zona di Costabissara, e potevano usarla come meglio credevano. Questo privilegio viene più volte ribadito in altri documenti del 1595, del 1632 a del 1660; alcuni anni più tardi i Bissari, da sempre signori di Costafabbrica, dovettero condividere il feudo con la famiglia avversaria Repeta, diventata sempre più potente. Un atto del 1662 dice appunto che "stante la supplica resentata a Mons. Vescovo di Vicenxa Giuseppe Curian dal nobile signor Conte Niccola Repeta, resta detto signor Conte Niccola investito del feudo del quale erano investiti li suoi maggiori, ed è la metà proindivisa con l'altra metà possessa dal Conte Girolamo ed altri Bissari".(10) Qualche anno più tardi, nel 1676, i conti Repeta perdono il loro controllo su Costabissara, e viene negata ai conti Enea a Scipione Repeta 1'investitura feudale che ritorna pienamente nelle mani dei Conti Bissari. Costretti a ridimensionarsi, ma decisi a non cedere, i contí Enea a Scipione Repeta riversano le loro bramosie sulle terre vicine al convento di Maddalene, alcune pertinenze delle quali sono già di loro possesso. Nel 1684 i predetti conti, diventati nel frattempo marchesi, vogliono far proseguire attraverso le terre dei frati di Maddalene, una strada che consenta loro di raggiungere più agevolmente le loro proprietà a Maddalene. Il 5 luglio 1684 questi nobili ricorrono al capitano di Vicenza denunciando i religiosi del convento di Maddalene di "usurpazione di strada pubblica", asserendo cioè che i frati avevano nel corso degli anni, fatto proprio un tratto di strada che consentiva di raggiungere Costabissara direttamente dal convento di Maddalene. Alla richiesta deí conti Repeta, il Capitano di Vicenza, senza minimanente verificare 1'attendibilità della denuncia inoltrata dai marchesi Repeta, il 5 luglio 1684 intima ai frati di ripristinare la strada "usurpata" entro sei giorni. Il testo della intimazione non lascia dubbi al riguardo:

"Noi Nicolò Erizzo Podestà Vice Capitano
Ci viene rappresentato a nome delli signori Conti Enea et Scipion fratelli Repeta, che per parte del Monasterio Delle Maddalene sia stata usurpata la strada commune, che porta dalla stradda reggia sin al Comune della Costa: il che riuscendo contro la mente di Sua Serenità espressa in più decretti et anco a grave danno et pregiuditio di detti Signori Conti Repeta, et di tutti quegli habitanti implorato il giusto sapere nostro.
Comandiamo a detti Padri Delle Maddalene, che nel termine di giorni sei debbano haver ridotto essa strada nel pristino stato, cosicchè si renda transitabile come prima, altrimenti si manderà a levarli la penna di ducati 200 et si manderà ad aggiustar la strada et ridurla nel primiero stato sia modo a tutti danni, .et spese d'esso Monasterio oltre anco il porter le proprie indolenze ad altro supremo tribunale per trattarsi della matteria di che si tratta.
Vicenza li 5 luglio 1684.
Nicolò Erizzo Podestà a Vice capitano. "

Trascorrono alcuni giorni della notifica ai Girolimini della intimazione, a il 10 luglio seguente, presentatisi a loro volta al Podestà a Vice capitano di Vicenza per chiarire le loro regioni, essi ottengono da questo soddisfazione a 1'annullamento della sue íntímazione del 5 luglio precedente. Nella comunicazione fatta pervenire ai conti Repeta, Nicolò Erizzo dice che "L'ill.mo ed ecc.mo signor Podestà, Vice capitano, così riverentemente supplicato per parte del rev.do Convento della Maddalena ha sospeso et sospende il tal qual mandato del di 5 luglio corrente subitamente impetrato per parte delli sigg. ri Conti Enea et Scipion F. lli Repeta con espressioni non vere, donec partes audiat, intendendo S. E. d'amministrar raggione alle parts cittatis, cittandis et servatis, semandis, non dovendo esser concesso alcun suffraggio, mandato, annullatione o altro atto in contrario a favor di Betts sigg. ri Conti Repeta, et contro detto rev. do Convento, se prima non sarà cittato l'interveniente di quello: altrimenti il tutto si intends nullo et di niuno valore, come se dato a concesso non fosse dato.
Vicenza, IO luglio 1684 Nicolò Erizzo Podestà. "

Venuti a conoscenza del nuovo mandato del Podestà di Vicenza, i Conti Repeta non accettano quest'altra umiliazione. La loro nobiltà non può essere ridicolizzata così facilmente, ed infatti il 20 luglio presentano nuovamente una dettagliata ricostruzione dei fatti, secondo la Loro versione. Accusano i frati di aver interrotta la strada nella località denominate "le Giarine", nelle vicinanze Delle roggie dei nobili Contarini Bertuzzi, ma anche questa accusa cade non potendola, in quel momento, i Repeta provare con documenti certi. Neppure i Girolimini, tuttavia, stanno a guardare, ed infatti nella loro replica al Podestà di Vicenza affermano di non aver mai neppure sentito parlare del luogo chiamato "le Giarine" nè di sapere dove esso sia.

"Li poveri padri del Convento della Maddalena fuori di Vicenza, ricordano i frati hanno ottenuto la suspensione dell'ingiusto et insussistente mandato de sigg. ri conti Enea et Scipion f.lli Repeta, avendo altro fine che per preservati da quei pregiuditii ne quali detti sigg.ri Conti studiosi di novità cercano d'immergerli. Osservato per tanto il tal qual inconcludente indefferito et captioso capitolo prodotto da essi ill.mi Signori conti li 20 luglio cadente, rissolvono protestarle ampliamente di nullità et dissenso, mentre dovendo il reo esser certo dell'intenzione dell'attore è di dovere che resti specificato il tempo preciso, et gli anni ne quali conforme li loro vani, et fallaci, et non veri concetti fu et è stata usurpata la strada ne beni di detti padri, che sorte di strada fosse quella, se commune, particolare, o consortiva et ove havesse il principio et in che loco preciso terminasse, non sapendo ne anco li Padri ove sia la contrà delle Giarine in detto capitolo nominata. Non si crede, che ricusino di far dette specificazioni ma in caso di renitenza instano detti rev. di Padri che così resti dalla Giustitia ante omnia pronontiato, il che sia con risserva d'ogni et qualonque eccettione, et difesa di detti Padri et senza mai concedere a detti sigg.ri Conti raggione ne attione di sorte. "

Vistasi preclusa anche questa via, i Repeta tentano, a detta dei frati, la composizione amichevole, avvicinando il priore dell'epoca (1684) e proponendogli di accordare loro il diritto di passaggio, a condizioni particolarmente vantaggiose, senza peraltro riuscire nel loro intento. Per i conti Enea a Scipion Repeta è un altro amaro boccone da digerire. A questo punto sembrano voler riporre nel cassetto i loro sogni velleitari, dal momento che per quasi vent'anni non accampano altre pretese. Ma il desiderio di rivalsa, covato per tanto tempo, è troppo forte. Tentano di ottenere soddisfazione chíedendo dapprima una strada per le loro necessità ai nobili Contarini Bertuzzi, ottenendo un netto rifiuto e rifacendo poi la proposta con il nuovo proprietario, dr. Lorenzo Marchesini, ma sempre invano. Vengono però a conoscenza dai Contarini Bertuzzi che un secolo prima, nel 1568, una loro antenata, la nobildonna Cecilia Contarini aveva presentato al Magistrato ai Beni Inculti di Venezia una domanda di investitura di acque per irrigare le loro terre in quello che è 1'attuale Pian delle Maddalene, corredata da un ampio disegno della zona che riproduce 1'abitato di Maddalene all'epoca. Senza perdere tempo, i conti Repeta riescono a reperire tra la documentazione del magistrato veneziano, questa mappa, che però risulta essere deteriorata. Incaricano allora un perito, tale Hieronimo Dal Ponte di ridisegnare la mappa ritrovata al fine di raggiungere il loro scopo e dimostrare la veridicità Delle loro asserzioni. In questo disegno, in effetti, si vede tracciata la strada contesa, che ad un certo punto, all'altezza del boschetto che i fratí avevano ai confini con il comune di Costafabbrica si interrompe. I Conti Repeta vogliono quindi, sostenere che già nel lontano 1568 la strada era stata soppressa dai frati, ma lo sostengono con difficoltà, poichè quel disegno in realtà era stato preparato per richiedere 1'escavazione di un fosso che dall'Orolo, in località Motta, permettesse di far arrivare acqua nelle campagne di Maddalene. Questa roggia, ancor oggi esistente, prese da allora il nome della famiglia che la fece scavare, cioè Contarina.
Tornando alla narrazione principale, dobbiamo dire che a questo punto il desiderio di rivincita dei conti Repeta è tale da convincerli a rivolgersi, per ottenere soddisfazione, alla massima magistratura allora esistente nella Repubblica Venela, e compentente per queste cause: il magistrato alle Rason Vecchie. E' 1'anno 1703. Essi, nell'esporre a questo magistrato le loro ragioni, asseriscono di aver più volte inviato lettere ai religiosi invitandoli al riprístino della strada, ma costoro negano il fatto, a ciò nonostante, devono sottostare alle disposizioni impartite dal Magistrato veneziano: questi ha infatti incaricato il perito Francesco Muttoni di redigere un disegno della zona che consenta alla autorità veneziana di giudicare e sentenziare. Francesco Muttoni esegue 1'ordine e consegna il suo lavoro 1'8 febbraio 1703 al podestà di Vicenza, che provvede a trasmetterlo a Venezia, non senza dower subire le vivaci proteste dei Girolimini per il modo in cui è stata redatta la perizia.
Anzolo Pisani, magistrato alle Rason Vecchie, dopo aver consultato il disegno di Francesco Muttoni, fa conoscere le sue disposizioní al podestà di Vicenza.
"Riceviamo con lettera di V.S. ill.ma in data del 23 novembre passato responsive a precedenti nostre scritte sopra istanza fataci dalli Sig. ri Scipion e fratello Repeta il disegno formato col mezo di pubblico perito, dal quale vediamo rappresentarci l'intacco et usurpazione in presente d'una strada comune in pertinenza di Costafabrica, che conduceva dalla strada Regia sin al comun della Costa a pubblico pregiuditio. Dalli Padri della Maddalena di codesta città si compiacerà perciò col mezzo di cotesto suo cancelliere far formar diligente a rigoroso processo così contro li suddetti Padri come cadaun altro ch'havesse intento la strada stessa, il che fatto trasmetterà il tutto sotto sue lettere et sigillo, al Magistrato nostro a niun palese, et le raccomandiamo.
D'ordine del Magistrato alle Rason Vecchie li 5 dicembre 1703.
Anzolo Pisani Prov.tor"

Alla massima autorità di Vicenza non resta che far rispettare 1'ordinanza ricevuta, consentendo così ai conti Repeta di respirare per una volta, aria di rivincita.
Con fare da buoni samaritani, tentano di lenire il dispiacere dei frati avvicinandoli e convincendoli a non temere per 1' esito della azione da loro intrapresa. Sembrano credibili i conti Repeta, perchè effettivamente trascorrono altri quattro anni senza nessuna novità. Il 3 gennaio 1707, il priore di Maddalene, padre Angelo Bettini, inoltra al Magistrato alle Rason Vecchie un'altra lettera nella quale cerca di chiarire la questione che sembra essersi arenata a per la quale, tuttavia è ancora pendente 1'ingiunzione al convento di Maddalene al ripristino della strada contestata.
"E' così destituito d'ogni fondamento a ragione a giustitia il ricorso fatto al Mag.co ed Ecc.rno di VE. dal signor Marchese Scipion Repeta col mezzo di tali quali lettere impetrate sino sotto li cinque settembre 1703 contro di noi padri delle Maddalene fuori di Vicenza professati da esso usurpatori d'una strada pubblica nel Comun di Costafabbrica, et praticato dal medesimo sin dall'anno 1684 avanti l'ecc.mo Capitano di Vicenza, et postisi noi in difesa, ha dovuto quello abbandonare. Credette tuttavia, col manto benefico della Loro Autorità, con egual formatione di processo disturbarci, ma lode a Iddio Benedetto la loro riverita Giustitia non potrà ritrovare in noi la pretesa reità d'usurpazione di questa strada. Sono tre secoli che possediamo alcuni pochi beni nelle pertinenxe di detto Comune et nella positura ch'ora s'attrovano, in passato sono sempre stati nè mai si farà cadere con pretese legali et sussistenxe esservi stato incorporato in detti nostri pochi beni alcuna publica strada. Quanto fu opposto nel costituto fatto dal nostro Procuratore oltre ad avere alcuna concludenxa, resta a pieno risolto dalle carte veridiche et legali et disegno che con la presente produciamo in nostra difesa a giustitia. 3 gennaio 1707.
P. Angelo Bettini. "
Purtroppo questa richiesta non ottiene il risultato sperato. Il 22 settembre 1707 arriva come un fulmine a ciel sereno una ulteriore intimazione del Magistrato alle Rason Vecchie che ordina ai frati di ripristinare la strada. Inoltre,i monaci vengono citati in giudizio nella persona del priore entrato nel suo potere solo da qualche settimana, a quindi scarsamente informato dei risvolti della vicenda. I Girolimini tentano addirittura di invalidare il ricorso fatto al magistrato veneziano dai Repeta, sostendendo che la causa era iniziata davanti al podestà di Vicenza a qui doveva terminare, ma senza successo. Contestano anche il Muttoni che, a Loro dire, ha eseguito il disegno ascoltando solo le ragioni dei conti Repeta a senza mai ascoltare le loro. Nella Loro strenua difesa, i religiosi di Maddalene rammentano che a memoria d'uomo nessuno ricorda di aver mai visto la strada che il Conte Repeta asserisce essere stata usurpata. Ma anche loro devono rimboccarsi le maniche. Come abbiamo visto più sopra, a sostegno della Loro versione, incaricano il perito Dal Maso Biagio di redigere un disegno delle zone interessata che dimostri inequivocabilmente la infondatezza Delle ragioni dei Repeta e danno mandato all'avvocato Girolamo Galvan di predisporre una idonea difesa presso il Magistrato alle Rason Vecchie.
Ultimato il 24 dícembre 1707, anche il disegno del perito Dal Maso viene consegnato alto stesso magistrato veneziano.
Per dirimere in via definitive la vertenza, vengono incaricati di verificare sul posto la fondatezza Delle rispettive posizioni il perito Berlaffa Antonio ed il cancelliere prefettizio Santo Turri per ordine del capitano di Vicenza.
Con queste due mappe, essi eseguono un sopralluogo nella zone contesa il 14 maggio 1708. Le loro osservazioni vengono successivamente, consegnate al capitano di Vicenza il giorno stesso. Vale la pena riportarle per esteso, al fine di consentire al lettore di meglio comprendere il responso.
"Addi 14 maggio 1708.
In obbedienza de comandi dell'Ecc.mo Signor Capitano di Vicenza, mi son portato io Antonio Berlaffa pubblico perito fuori nella Coltura di S. Croce servendo gli ordini che teneva il signor Cancelliere di S.E. in virtù di lettere del Magistrato Ecc.mo delle Rason vecchie a mi furono posti sotto L'occhio due dissegni, uno grande fatto dal signor Francesco Muttoni sotto l'8 novembre 1703 a l'altro piccolo fatto da domino Biasio Dal Maso il 24 dicembre prossimo passato et in un loco all'estremo d'un piccolo fosso fu ritrovato un termine di pietra alto da terra piedi 4 in circa, et per informatione presa, si ricavò che la Coltura era di là del fosso a di quà comincia il boschetto verso tramontana, che fu osservato esser tutto in pianura, con rnolti roveri di grossezza considerabile, et sarà grande un tempo a mezzo in circa di figure irregulare, essendo poco distante dal detto termine cinque pertiche un altro fossetto, che è inframezzo esso bosco a serve a scolar l'acque per irrigare li pradi del monasterio situati in Coltura.
Fu osservato nel dissegno grande, non vi essere il detto termine, nè il fossetto, nè il bosco et che dal detto termine al confine del medesimo delineato nel dissegno piccolo verso tramontana, vi sono a dritta linea pertiche quarantasei a mezza. Dal bosco sino alla strada media tra li beni dei rev. di Padri di S. Maria Maddalena, et da ss. Conti Bissari che camina da levante verso ponente vi sono pertiche 98.
Passando poi fuori del bosco dissegnato dal perito Dal Maso a caminando verso sera lungo la roza Contarina, sino verso tramontana, ove fu veduta una stradda che cammina da mattina a sera et a conto della medesima fu ritrovata la pezza di terra prativa a paludosa che nel disegno grande è posta per il sito nel quale sia stato un boschetto disfatto l'anno 1703: nella quale vi sono solamente alcuni salgari et onari a tre o quattro alberi intorno, et un mucchietto di onari da una parte. Questo nel disegno piccolo è messo per terreno prativo, senxa arbori nel mezzo, come veramente fu osservato.
Parimenti fu riguardato attentamente da me perito nel perticar la lunghezza nè vi trovai vestiggio di strada havendo da una parte per il longo un fosso da scoladizze che camina tra la stradda et la detta pezza paludosa de rev.di Padri, il qual fosso volta verso mezzogiorno che divide la prativa dalla arrativa.
Io Antonio Berlaffa pubblico perito affermo con mio giuramento. "
Anche il cancelliere Santo Turri verbalizza la sua uscita nel seguente modo:
"Addi 14 maggio 1708. In Vicenza.
In ordine alla lettera del Magistrato Ecc.mo alle Rason Vecchie 9 gennaio passato a le precise commissioni di S. E. Capitano, mi son trasferito io di lui Cancelliere prefettitio fuori di città contrà di Costafabbrica, ove sono li beni de rev. di Padri di S. Maria Maddalena fatto venir meco d. Antonio Berlaffa perito pubblico, a con li due dissegni uno piccolo a l'altro grande trasmessi dal suddetto Ecc.mo Magistrato, si trovarono a si videro li corpi de terreni in essi nominati, sopra quali il perito con la pertica portata seco fece le misure che ha suggerite nella sua relatione quale incontrati con li siti si trovò consonante al espresso in perticazione nel disegno più piccolo come resta acenato nella relatione medesima.
Il che misurato si fè ritorno in città nel giorno stesso.
Santo Turn Cancellier prefettitio ".
In queste minuziose relazioni dunque, viene affermato che non c'è traccia di strada nella proprietà dei frati Girolimini, come vorrebbero insinuare invece, i Conti Repeta. La parte finale della stessa relazione del Berlaffa, sembra inoltre confermare 1'esattezza del disegno elaborato dal perito Dal Maso, al contrario del disegno del Muttoni, trovato troppo difforme dalla reale situazione. E' doveroso però, rammentare che il Muttoni aveva eseguito la sua perizia nel 1703, a che nel frattempo, potrebbero, dai Girolimini, essere state apportate modifiche sia alle colture sia al terreno stesso, rendendo per questo più veritiero il disegno del perito Dal Maso.
Comunque sia, la vicenda è ormai giunta al termine. Il capitano di Vicenza fa pervenire tutta la documentazione raccolta al Magistrato alle Rason Vecchie, al quale spetta il pronunciamento finale. E' infatti questione di giorni. Il 4 giugno 1708, dopo idonea consultazione, questi emette la sua sentenza definitiva, con la quale ingiunge ai conti Repeta di non importunare oltre i frati Girolimini di Maddalene. Riconosce il Magistrato, la infondatezza della richiesta deí conti Repeta ed incarica il capitano di Vicenza di notificare agli interessati la sua decisione. Eccone il testo:

"4 giugno 1708
Udito il domino Girolamo Galvan, avvocato, difensore per home del V. to Monasterio delle Madalene di Vicenza, addimandato dover per Giustitia aver udito il detto Monasterio sive Rev.do padre Gio. Angelo Bettini suo Procuratore tal parte di nostra portata al presente dal monasterio col mezzo di lettere impetrate dal signor conte Scipion Repeta 1703 5 settembre per usurpazione di una stradda comune in pertinenza di Costafabbrica, che si dice conducano dalla Reggia sino al comun della Costa, et ciò anche le carte fatte nelli sigg.ri Conti, giustificazione di fatto col mezzo di disegno formato da pubblico perito risultano aver importunato, pratticato a solo oggetto di portar indebito fastidio al suddetto Monasterio, ciò risultando anco da le controdeduzioni delli padri, resti annotato al signor Conte Repeta che non habbi coraggio di continuar le sopradette di lui istanze.
vedute le carte a li particolari dissegni con la perticazione fatta seguir col mezzo del signor Capitano di Vicenza con lettere di questo Magistrato, il chè stante non ha che alla predianza il giusto di S.E.
Andrà il signor Capitano il tutto consolidando et vedute le carte trasmesse dal Capitano di Vicenza il 25 maggio passato, hanno terminato in tutto e per tutto, come già stato ricercato per parte delli Rev.di Padri delle Maddalene, condannando il signor Marchese Scipion Repeta nella presente ordinanza. " Gio Francesco Labia
Polo Zattini. "

Pur non avendo reperito altra documentazione, è fin troppo semplice immaginare le opposte reazioni delle parti in causa, a sopratutto to stato d'animo dei Girolimini, in quel periodo davvero tartassati da più vertenze, peraltro finite positivamente come abbiamo già potuto vedere.
Sembrerebbe questa, 1'ultima controversia di rilievo, che i religiosi di Maddalene hanno dovuto gestire nella Loro ultracentenaria presenza nella nostra zona, con esclusione ovviamente, di quella derivata dalla soppressione del convento stesso settant'anni dopo.
Questi episodi appena narrati, meritevoli di essere conosciuti, non sono stati comunque fatti isolati negli oltre tre secoli di permanenza dei Girolimini a Maddalene.
Altre vicende, di minore rilevanza rispetto al luogo ove aveva sede il convento, interessarono questa comunità religiosa. Del resto i problenni erano quelli tipici del tempo, dove il desiderio di potere della famiglie patrizie non badava a niente ed a nessuno, pur di riuscire ad aumentare potere a prestigio. Tuttavia la modestia di questi monaci a la loro pazienza vennero premiate, con considerevole magnanimità, se è vero che riuscirono ad acquisire un notevole patrimonio terriero come rísulta dall'inventario dei beni del convento del 18 settembre 1772.

Come già ricordato precedentemente, anche il convento del Summano era abitato dai Girolimini; inoltre esso dipese giuridicamente dal convento di Maddalene, fino al 1525, quando con decreto del Capitolo generate dei Girolimini, i due priorati vennero definitivamente separati. Per un certo periodo, quindi, unico priore di tutti a due i monasteri era quello di Maddalene. Sembrerebbe tuttavia, che i religiosi del Summano fossero considerati più eremiti ancora di quelli di Maddalene a che coltivassero in una certa misura gli studi, come farebbe pensare un certo acquisto di libri di filosofía, che fu tuttavia subito dísdetto dall'allora priore di Maddalene .(ll)

Tra i vari impegni assunti dai Girolimini vi era anche quello della celebrazione Della funzioni religiose sia nella Chiesa del convento, sia nelle varie cappelle gentilizie del círcondario. Inoltre, in collaborazione con il Parroco di S. Croce, sotto la cui giurisdizione parrocchiale si trovava 1'intera Coltura di S. Croce, contribuivano all'insegnamento del catechismo a favore della povera gente del luogo, nonchè alla impartizione Della comuni pratiche religiose, stante anche la notevole lontananza di Maddalene dalla chiesa parrochiale di S. Croce. Le cappelle gentilizie erano tutte annesse alle abitazioni padronali dei nobili dell'epoca, tra cui spiccano i nomi del Bissari, dei Beregan, dei Dal Bò o Dal Bue, dei Contarini, dei Marchesini, dei Gozi, dei Loschi a dei Lonigo. I Bissari, nella loro residenza di campagna esistente in coltura di S. Croce, "al Termine", cioè al confine con il comune di Costabissara, avevano una loro cappella dedicata a S. Giacomo ed eretta nel 1500. E' riconoscibile in località Maronari, dietro 1'abitazione della famiglia Confente, anche se oggi fa parte di una costruzione rurale.(l2)

Una menzione del tutto particolare merita l'oratorio di Lobbia, (l3) nel quale, è certo, i fratí celebrarono una messa quotidiana, almeno per un certo tempo. Questa cappella fu fatta costruire all'inizio del 1600 da Gio.Battista dal Bò, che aveva in zona notevoli proprietà terriere. La figlia di questi, Maria, nel suo testamento del 1663 ordinava che alla morte della sorella Isabella "fossero applicati ducati 1000 per la celebrazione quotidiana della messa in detta cappella". Il fratello Ettore si sarebbe in seguito incaricato di far eseguire tale volontà a ne avrebbe curata la continuità rivolgendosi ai frati di Maddalene ed ottenendone la disponibilità.

Altra chiesetta tuttora esistente, ma in condizioni di totale degrado, è quella fatta erigere dal come Alfonso Loschi, oggi in strada Monte Crocetta (di fronte al deposito del servizio igiene ambientale Della AIM) oggi proprietà della famiglia Zaccaria. Si tratta di Alfonso fu Fabrizio Loschi, sposato con una certa Marina non meglio specificata. Questa cappella era annessa alla loro casa padronale poco più in sù alle pendici del monte Crocetta, recentemente restaurata dagli attuali proprietari. (l4)

Anche i conti Lonigo avevano una loro cappella attigua alla casa padronale sul Monte Crocetta, lato sud, ora proprietà della famiglia Beretta. I conti Lonigo, il 10 settembre 1711 stipularono con il priore del convento di Maddalene un accordo nel quale, i frati si impegnavano a celebrare ogni giorno una Messa nella cappella suddetta con esclusione della 4^ domenica di quaresima a del 22 luglio di ogni anno. (l5) L'assenza del religioso nelle due giornate predette era motivata dal fatto che presso il convento di Maddalene in quelle due date avvenivano le celebrazioni dei santi patroni, a 1'intera comunità religiosa era tutta impegnata a seguire le necessità della popolazione che per 1'occasione arrivava a Maddalene anche dai vicini paesi.
L'ultima cappella che merita di essere menzionata è quella che costruì Nicolò Beregan a fianco della sua villa di campagna dedicandola a S. Carlo, ancor oggi visibile in fondo a strada Della Beregane, nella proprietà Pertile. Di questo manufatto, oggi rimane la sola facciata esterna che dà sulla via che prese il nome dalla nobile famiglia. (l6)

Durante la permanenza dei Girolimini a Maddalene, arrivarono ad arricchire la Chiesa di S. Maria Maddalena alcuni dipinti di un certo pregio, che, come si legge nell'inventario del 18 settembre 1772, risultavano essere di proprietà del convento. Una menzione del tutto particolare merita il dipinto denominato "La flagellazione di Cristo alla Colonna" il quale, secondo i frati viene attribuito all'illustre Jacopo da Ponte detto il Bassano Vecchio (1510 ca
1592). Al riguardo sono in corso opportuni accertamenti ad opera della Soprintendenza ai beni artistici e culturali di Venezia per accertare 1'esatta attribuzione dell'opera, poichè alcune recenti ipotesi di illustri studiosi, quali il Barbieri, tenderebbero ad escludere questa possibilità. Questo dipinto è stato consegnato al convento di Maddalene nei primi anni del 1700 a dovrebbe essere stato un dono ricevuto dal priore dell'epoca del convento di Maddalene, padre Trolese. E' tuttavia necessario ricordare che 1'altare laterale in cui alloggiava il dipinto, era stato donato da Francesco Contarini, discendente di quella Cecilia Contarini arrivata a Maddalene verso il 1568. Questo Francesco Contarini, nato a Venezia il 9 gennaio 1626, ritornato nella città lagunare, il 28 settembre 1703 scrive di suo pugno un testamento a favore dei frati di Maddalene, nel quale díchiara "volendo io Francesco Bertuzzi Contarini dar qualche segno del mio animo grato et obbligazioni alla Chiesa a convento di S. Maria Maddalena appresso Vicenza, et insieme costituir un fondo utile con cui possi esser dotato in qualche forma et officiato il mio altare della SS. Passione di N.S. G. C. esistente in detta Chiesa della Maddalena, con il celebrarmi una messa in settimana in perpetuo per l'anima mia. .. cedo al convento medesimo la pezza di terra detta la Boschetta ". Questo gesto di per sè lodevole, apre in realtà, un contenzioso con Venezia, che da poco aveva emanato disposizioni contro le donazioni di beni ai conventi a ordini religiosi. All'apertura del testamento, i frati non nascondono le loro perplessità, ed il 16 dicembre 1726 il capitano di Vicenza Giacomazzo Bortolamio, investito del problema, rimanda al Collegio dei X Savi a Venezia la soluzione della questione, perchè si pronuncino. Il 9 maggio 1733 arriva per i frati di Maddalene "la Grazia", come la definiscono, che consente loro di prendere possesso a tutti gli effetti di quella pezza di terra di quattro campi posta nelle vicinanze di Costabissara. La lettura di questo testamento ci consente anche di chiarire, o quanto meno di ipotizzare che 1'arrivo a Maddalene del quadro "La flagellazione" sia opera di questo nobile Francesco Contarini. Egli dichiara ínfatti che 1'altare della "Passione" è suo. Viene fin troppo spontaneo a questo punto, pensare che sia lui il committente del dipinto ai Da Ponte di Bassano, non essendo certamente alla portata dei Girolimini la relativa spesa. (17) Oggi questo quadro si trova conservato presso il Museo Civico di Vicenza, trasportatovi all'inizio degli anni 60 per ragioni di sicurezza a per essere restaurato.
Altra pittura di un certo valore, è un quadro attribuito al Carpioni, raffigurante la Madonna, il Bambin Gesù e sant'Antonio da Padova, anche questo collocato nell'altare di destra entrando nella Chiesa dell'ex convento. Questa tela, riscoperta recentemente a opportunamente restaurata, è stata attribuita con assoluta certezza da un profondo conoscitore delle opere del Carpioni, quale è don Mario Saccardo, al predetto pittore. Centinata (cm. 201 x 126) la Madonna, in posizione seduta, è amorevolmente china sul Bambino, tenendolo sulle ginocchia; Bambino che a sua volta a chino su Sant'Antonio, a cui sta offrendo il giglio, consueto attributo del Santo patavino, che in ginocchio ed in atteggiamento estatico, è nell'atto di accoglierlo. Davanti al medesimo santo a sul pavimento, un gran libro spiegato, che costituisce un altro attributo del taumaturgo, in alto a in asse con il quale compaiono due angioletti in festa che contemplano la scena sottostante, mentre alle spalle della vergine aleggia un cherubino. Al lato destro della tela, un limitato paesaggio, in cui spiccano un tronco d'albero a in lontananza, una torre medioevale. Nubi ed un ampio squarcio di luce dorata animano il fondo del dipinto, che per 1'espressività dei personaggi, la cromia a la scioltezza, è indubbiamente da valutare opera di notevole livello artistico.
La data di compimento della tela è ancorabile al 1665 o intorno al medesimo anno. L'altare in cui alloggiava era dedicato a Sant'Antonio da Padova come testifica la seguente iscrizione, che si legge su una tabella marmorea al centro del fastígio del medesimo altare: "D.O.M. / divoq. Antonio confess./ F Ludovicus De Portis / Prior / devotionis ergo / an. MDCLXV". Tale scritta già registrata da G. T Faccioli, Musaeum... II, 1803, p. 81 viene a dirci che 1'altare fu fatto erigere nel 1665 dal priore Lodovico Porto (si veda al riguardo a pag. 18 del presente libro il bozzetto elaborato dallo scultore Zuanne Merlo) con dedicazione, oltre a Dio, a sant'Antonio, per esserne egli devoto. Di certo appartenente all'omonima nobile famiglia vicentina, come dallo stemma soprastante alla citata tabella, il girolimino Lodovico Porto lasciò memoria del suo priorato erigendo 1'altare, altare che sicuramente egli fece costruire a proprie spese (beni non gli dovevano mancare, oriundo com'era da una facoltosa famiglia), se vi appose 1'arma dei Porto, a altare che dotò di una pala commessa al pittore più qualificato di cui Vicenza allora disponeva, cioè a Carpioni.(l8) Attualmente si trova collocata presso la nuova Chiesa parrocchiale di Maddalene, assieme ad un'altra tela, anche questa appartenuta all'ex convento di Maddalene, di cui non si conosce 1'autore, a risulta essere in condizioni abbastanza buone. Centinata, (cm. 174 x 88) raffigura un (santo) vescovo, presumibilmente girolimino, ín contemplazione della Vergine, che con una mano gli indica il cielo. Anonima, è da collocare nei primi decenni del Settecento a nell'insieme da giudicare lavoro di buona fattura, con qualche richiamo (vedi la Vergine) ai modi di Giovanni Antonio De Pieri. (19) L'opera di restauro delle due tele, è stata portata a termine nel 1992.
Secondo quanto si legge nell'inventario sopra richiamato, nell'antico refettorio del convento esisteva anche un altro quadro di pittore sconosciuto, raffigurante Caino ed Abele, di cui peraltro si sono perse le tracce.(20)


1 G. Mantese "Correnti Riformistiche a Vicenza nel primo 400" pag. 134 nota n. 54 - 55 - 56 - 57.
2 G. Mantese op. cit. pag. 383.
3 G. Mantese op. cit. pag. 383.
4 A.S.VI. Convento di S. M. Maddalena busta n. 169.
5 M. Saccardo "Notizie d'arte a di artisti vicentini" pag. 545 a segg.
6 G. Mantese op. cit. pag. 304.
7A.S.VI. Convento di S. M. Maddalena busta n. 162.
8A.S.VI. Convento di S. M. Maddalena busta n. 162.
9A.S.VI. Convento di S. M. Maddalena busta n. 151
10 Balistreri - Lovato - Traverso - Vighy Ed. Cluva "Costabissara Memorie a rilievi degli edifici di un tempo" pag. 65 .
11G. Maltese op. cit. pag. 413.
12 A Balistreri - Lovato -Traverso- Vighy Ed. Cluva "Costabissara ecc." pag. 67.
13 Maltese op, cit. pag. 288 a nota n. 96.
14 14 G. Mantese op. cit. pag. 288.
15 15 A.S.VI. Convento S. Maria Maddalena busta n. 168.
16 16 G. Maltese op. cit. pag. 289 a nota n. 99.
17 A..S.VI. Convento S. Maria Maddalena busts n. 169.
18 M. Saccardo La Voce dei Berici del 6 sett. 1992.
19 M. Saccardo La Voce dei Berici del 6 sett. 1992.
20 A.S.VE. Fondo Agg. Mon. vendite conventi busta n. 64 atto 415/2.