CAPITOLO
IV
I GIROLIMINI A MADDALENE
Al momento dell'arrivo a Maddalene dei Girolimini,
la Chiesa stava attraversando uno dei periodi più difficili
della sua storia millenaria a causa del degrado dei costumi a
delle lotte interne alla stessa Curia Romana per il potere.
Erano i tempi in cui sul soglio pontificio sedeva papa Martino
V, il quale impegnato nella crociata contro la Boemia che sosteneva
l'eresia di Huss, favorì con la sua assenza da Roma, il
caos all'interno del palazzo vaticano. Al suo rientro in città,
il Pontefice si adoperò molto per restaurare 1'ordine a
Roma, impegno che si protrasse fino alla sua morte avvenuta nel
1431.
Dal Conclave uscì eletto papa Eugenio IV, il veneziano
Gabriele Condulmer, profondo conoscitore anche delle questioni
vicentine, il quale volle imprimere alla Chiesa una svolta decisiva
per frenare il dilagante malcostume a riportarla allo spirito
originario del cristianesimo. Il suo zelo non poteva non interessare
anche il territorio vicentino. Tra le varie iniziative adottate
da questo Pontefice va infatti ricordata anche quella del 10 gennaio
1437, con la quale incaricò 1'arcidiacono vicentino Antonio
De Cadiani di conferire il possesso della Chiesa a convento di
S. Maria Maddalena a relative terre annesse (che aveva provveduto
a separare qualche giorno prima dalla prebenda arcidiaconale del
Duomo) ai frati Girolimini della congregazione del beato Pietro
Gambatorta di Pisa (1) .
Lo stesso giorno, infatti, fr. Bartolomeo di Agostino da Siena
a fr. Giovanni di Antonio da Piamonte, prendevano possesso dei
beni loro assegnati (2), iniziando umilmente la loro presenza
in questa estrema propaggine della città, a portando anche
in queste terre l'esempio della Loro vita eremitica. Erano cosloro,
motto probabilmente, dei laici che amavano condurre una vita separata
dal mondo per dedicarsi esclusiva mente alla perfezione di intime
esigenze spirituali a morali mediante la preghiera, le mortificazioni
della carne, le privazioni, la povertà a la solitudine,
come prevedeva la loro regola. Eugenio IV, confidava molto nell'opera
a nell'esempio dei frati di questa congregazione per riuscire
nel suo intento adottato all'indomani della sua elezione al soglio
di Pietro.
L'insediamento di questa nuova comunità religiosa portò
da subito notevoli benefici, tra i quali i laboriosi lavori di
bonifica per il recupero dei paludosi terreni circostanti a un
progressivo aumento di nuovi nuclei famigliari qui attirati dalla
possibilità di coltivare le terre a quindi, di sfamarsi
con i buoni raccolti.
Non tutta la popolazione di Vicenza fu però contenta di
questi nuovi monaci: in molti infatti avrebbero preferito ai Girolimini
gli Eremitani di fra' Simone del Monte Ortona, nelle vicinanze
di Padova, più conosciuti a quindi anche apprezzati. Alle
sollecite rimostranze della città di Vicenza verso il Pontefice
che li aveva fortemente voluti, papa Eugenio
IV non dette ascolto, confermando anzi 1'operato dell'arcidiacono
De Cadiani con una bolla emessa l' 11 marzo 1437 da Ferrara, città
in cui si stavano svolgendo i lavori del Concilio di Basilea,
trasferitosi per necessità nella città emiliana.
L'investitura papale dei Girolimini del convento di S. Maria Maddalena,
anzichè spegnere le polemiche, le attizzò ancor
di più. Tanto le autorità del tempo, quanto la popolazione
insistevano per 1'allontanamento da Vicenza dei nuovi arrivati.
Certa
mente deve aver influito negativamente sulla popolazione la rigida
regola di questi monaci, venuti a morigerare costumi a abitudini
ormai consolidate nella gente, ma lontani assai dallo spirito
evangelico. Tuttavia Eugenio IV non volle sentir ragioni ed il
13 marzo 1438, ancora da Ferrara, emanò una nuova bolla
nella quale dichiarava apertamente il suo
sostegno ai Girolimini, arrivati al convento di S. Maria Maddalena
per primi a da oltre un anno. Si chiudeva così, con questa
bolla pontificia la diatriba tra i vicentini ed il Pontefice a
tutto favore della comunità religiosa dei Girolimini.
Nonostante 1'ostile accoglienza ricevuta dalle genti vicentine,
questi monaci, guidati da fr. Bartolomeo non si persero d'animo
a si misero subito all'opera nell'intento di migliorare a ampliare
sia la Chiesa che il convento che li ospitava. Dalle notizie raccolte,
questa prima comunità era composta da una decina di religiosi,
compreso il Priore.
Superati i primi anni di isolamento, (allora la città vera
a propria esisteva soltanto dentro le mura, a Maddalene era veramente
aperta campagna) questi religiosi ebbero subito modo di farsi
apprezzare da quella stessa gente che inizialmente li aveva invece
osteggiati. Non tardarono ad arrivare lasciti a generose offerte
che furono impiegate nei nuovi lavori intrapresi. Non mancano
al riguardo, numerose testimonianze a documentazioni, come quella
del 21 aprile 1439, quando vennero lasciati da uno sconosciuto
duecento ducati aurei per la costruzione dell`eremitorio di S.
Maria Maddalena". Anche un'altra nobildonna dell'epoca, Imperatrice
Bissarí donò il 20 settembre 1456, venticinque ducati
per lo stesso motivo.
La comunità religiosa aveva una propria organizzazione
con al vertice il Priore, responsabile principale, ed un procuratore,
al quale era affidato 1'incarico di sbrigare gli affari correnti
riguardanti la comunità religiosa. Tanto la carica di Priore
quanto quella di procuratore, in genere venivano ricoperte a turno
dai membri della stessa comunità a avevano la durata di
circa un anno. Questo si evince dalla lettura degli atti capitolari,
durante i quali tutti i religiosi presenti davano o negavano il
loro assenso alle proposte presentate di volta in volta dal padre
priore a che riguardavano gli interessi del convento. Il capitolo
veniva convocato dal priore al suono della campanella, la stessa
ancor oggi esistente nel coro della Chiesa di Maddalene, luogo
deputato tanto per le preghiere quanto per la celebrazione dei
capitoli.
Data lettura dell'argomento da trattare, ad ogni religioso veniva
richiesto di esprimere il proprio parere a di sottoscrivere 1'atto
relativo (simile ad un verbale attuale), registrato poi dal notaio
di turno.
In oltre 350 anni di presenza di questi Girolimini, i priori succedutesi
furono parecchi; di molti sono rimasti nomi a cognomi, di altri
si conosce, invece poco o nulla. Solo verso il 1500 i monaci cominciarono
a redigere regolari scritture, tuttora conservate, dalle quali
si sono potute ricostruire le varie presenze.
Detto del primo religioso Girolimino arrivato a Maddalene nel
1437, si conosce anche il nome del secondo Priore(3) fr. Arcangelo
de Ugubio, il quale dovette il 18 settembre 1440, difendere i
diritti acquisiti sul convento di Maddalene contro 1'abate Pietro
Paruta, priore del Monastero di San Felice, che rivendicava per
sé le pertinenze che il papa Eugenio IV aveva invece concesse
al convento di Maddalene. In questa contesa il priore di Maddalene
era appoggiato dai confratelli fr. Fílippo da Rimini, fr.
Andrea di Alemagna, fr. Leonardo da Urbino a fr. Giovanni da Reggio
Emilia. Questo contrattempo non impedì tuttavia agli eremiti
di proseguire nella Loro opera di ampliamento del monastero. E'
facile supporre che il completamento della Chiesa a dell'intero
complesso conventuale sia stato eseguito in epoche diverse. Lo
si deduce da alcuni disegni ritrovati in vari fondi archivistici,
eseguiti in tempi diversi, in cui solo all'inizio del 1700 il
convento viene riprodotto integralmente. In altra documentazione
consultata, è emerso che ancora nel 1655 erano in corso
dei lavori di rifacimento dell'altare maggiore, che i frati avevano
affidato alto scultore Zuanne Merlo. Durante questi lavori, vengono
ritrovatevate anche delle reliquie, come risulta da una dichiarazione
firmata dal Priore, dal procuratore del convento a dai muratori
che stavano eseguendo i lavori, attribuite a S. Maria Maddalena,
che vengono riposte in altro sito non meglio specificato, comunque
sempre all'interno della Chiesa. E' stato interessante, consultando
questo fascicolo, il ritrovamento di un bozzetto elaborato dallo
scultore Zuanne Merlo, riproducete le colonne in marmo dell'altare
maggiore, così come sono ancor oggi visibili. Nel retro
del bozzetto, è riportata la data del 22 marzo 1665 e la
firma dell'autore in calce alla ricevuta di un anticipo di "ducati
sei correnti" avuti dal priore di Maddalene per i lavori
all'altare anzidetto.
Sempre sfogliando la medesima documentazione, è stata ritrovata
un'altra ricevuta in cui il tagliapietre Domenico Pozzo dichiara
di accettare 1'incarico della costruzione della balaustra della
Chiesa per la somma di "troni 142". Anche questo fatto,
sembra quindi, avvalorare la tesi che il completamento dell'intero
complesso conventuale, compresa la Chiesa, sia stato ultimato
soltanto alla fine del XVI" secolo.
Di questo "Zuanne o Giovanni Merlo" ci fornisce alcune
notizie lo storico vicentino Don Mario Saccardo nella sua pubblicazione
"Storia d'arte a di artisti vicentini".
Secondo questo autore, Giovanni Merlo aveva altri due fratelli,
Federico a Domenico, i quali il 6 giugno 1691 chiesero ai "deputati
ad utilia" della città di Vicenza di poter avere la
cittadinanza vicentina. Cosloro provenivano dalla località
milanese di Albogasio di Valsolda, dove già facevano i
muratorí a scalpellini. Giovanni Merlo, a con lui i suoi
due fratelli, ottenuta la cittadinanza vicentina, si iscrisse
alla corporazione dei muratori a lapicidi tra 1' 8 novembre 1655
a 1' 8 novembre 1656. Di questa fraglia o corporazione fu nominato
consigliere 1'8 novembre 1667, 1'8 novembre 1681 a 1'8 novembre
1684. Ebbe almeno quattro figli: Francesco, Carlo, Antonio a Domenico.
La sua morte dovrebbe essere avvenuta tra il 3 agosto a 1'otto
novembre 1708. Questo scultore operò in parecchie chiese
del vicentino, come ad esempio nella Chiesa di S. Maria Nova a
Vicenza, S. Giuliano, S. Francesco di Paola e, fuori città,
nelle parrocchiali di Enego a di Trissino.(5) Ora, possiamo aggiungere
con certezza a questa lista, anche la Chiesa del convento di S.
Maria Maddalena. Come ricordato più sopra, sono opera di
questo Giovanni Merlo tanto 1'altare maggiore quanto i due laterali,
detti, quello di sinistra di Nostro Signor Gesù Cristo,
a quello di destra della Madonna con sant'Antonio da Padova. Molto
probabilmente sono da attribuire a lui anche le dieci statue in
pietra di Vicenza che si trovano alloggiate tanto sul coro quanto
sulla navata della Chiesa a che dovrebbero rappresentare gli apostoli.
Trascorsi i primi anni non proprio facili a Maddalene, piano piano
la popolazione della città cominciò a considerare
in modo meno ostile questi nuovi arrivati. Dall'iniziale diffidenza,
si passò via via ad un sempre maggiore apprezzamento dell'opera
svolta dai Girolimini, fino ad arrivare al 28 agosto 1452, allorché
in seguito ad una precisa richiesta della popolazione, i "deputati
ad utilia" del popolo vicentino, con il pieno appoggio del
Vescovo card. Pietro Barbo, ricorrevano a papa Nicolò V,
successore di Eugenio IV, per chiedere che ai Girolimini di Maddalene
fosse affidata anche l'officiatura della Chiesetta del Monte Summano.
L'incarico, puntualmente, fu concesso qualche mese più
tardi, tra la viva soddisfazione della popolazione della città.
Questa richiesta dei deputati ad utilia va intesa come segno di
riconoscenza di Vicenza verso questi
eremiti che con una vita esemplare seppero conquistarsi l'ammirazione
della popolazione della città a sopratutto della campagna,
che piano piano andava ripopolandosi. Per questo effetto, anche
attorno al Convento di S. Maria Maddalena si andava costituendo
un nuovo nucleo abitato, la cui popolazione poteva usufruire di
quella assistenza spirituale che era, all'epoca, l'unico sollievo
morale in una vita veramente di stenti.
La riprova dell'apprezzamento a del buon nome che i Girolimini
ottennero in oltre tre secoli di permanenza a Maddalene, sono
le numerose donazioni ricevute sia in terreni sia in denari. Una
di queste merita di essere segnalata essendo ampiamente circostanziata.
Si tratta del testamento datato 4 settembre 1467 dell'arciprete
di Arzignano Antonio Da Rimini, fratello di fr. Filippo da Rimini,
Girolimino nella comunità di S. Maria Maddalena(6) . Assisteva
alle ultime intenzioni di questo testatore il priore del convento
di Maddalene, fr. Leonardo. Questo arciprete lasciava suo erede
universale il monastero di S. Maria Maddalena ed al contempo ordinava
di essere sepolto in un sepolcro nuovo appositamente costruito
dai frati. Questo sepolcro, motto probabilmente è ubicato
sotto uno dei due altari laterali della Chiesa di Maddalene, essendo
all'epoca dei fatti narrati, consuetudine la sepoltura all'interno
di chiese a conventi, almeno per persone di un certo rango.
Come spesso accade, vi furono anche parecchie controversie testimoniate
dalla poderosa raccolta denominata "processi" a formata
da ben 15 raccoglitori contenenti ognuno parecchie cartelle di
documentazione da cui è stato possibile ricostruire alcune
interessanti vicende che di seguito narrerò.
I LOSCHI, IL CONVENTO
E L'ACQUA DELLA "ZILIA"
Nel 1436, un anno prima della consegna del convento
di Maddalene ai Girolimini, il conte Antonio Loschi ottenne dal
monastero di San Felice una vasta area paludosa ed insalubre al
Biron, offrendo in cambio alcune proprietà ad Angarano.
Come ricorda Rita Menegozzo nella sua pubblicazione "Il Tiepolo
ed i nobili vicentini", "L'opera di bonifica ebbe un
tale successo che la campagna è assai fertile ed anche
il monte stesso in più luoghi sono vignati ed abbondano
d'uve di buonissima qualità colle quali si fanno vini prelibati.
Colla legna de boschi la povera gente fa commerzio in città,
ed è alla stessa gente di grand'aiuto. Scorre per questa
valle un rivo (la Dioma) che viene dalla Costafabbrica a gira
due ruote ai molini, passa alle colture di S. Felice. Ma le contrade
più distinte sono Costiggiola a Biron ". Per consentire
alla roggia Dioma di avere acqua sufficiente a far girare le ruote
dei molini a anche per irrigare le terre, i Loschi nel corso degli
anni provvidero con appositi lavori ad aumentare la portata d'acqua
della roggia predetta. Fu proprio Francesco Loschi, discendente
di Antonio, nel 1584, a dare vita alla controversia per lo sfruttamento
delle acque della 'Zilia" (7) un fossato trasversale alla
Seriola che nasceva nel luogo chiamato "prà del Zucco"
a "comincia a correre nei campi del conte Pietro Paulo Bissaro
a va per una fossa posta nella possessione dei padri sino alla
botte o pontesello, a per altre vie bagna li campi del signor
conte Fraucesco Losco a ultimo luogo, casca nella Ceriola ".
Questa particolareggiata descrizione è più volte
ripetuta da diversi testimoni dell'epoca chiamati a deporre al
processo intentato dai frati di Maddalene contro il come suddetto,
proprietario di alcune terre vicine a quelle del convento acquistate
qualche anno prima da tale Steffano Padoani.
Le divergenze nascono allorché nel 1584 il conte Losco
ordina ai suoi lavoranti di rompere un argine fatto dai monaci
del convento di Maddalene sulla Zilia per irrigare i prati situati
nelle vicinanze. Secondo la versione fornita dai testi chiamati
dai frati, questi ultimi hanno sempre avuto, a memoria d'uomo,
il diritto esclusivo di sfruttamento di queste acque, anche perché
essi hanno un numero di campi maggiore di quelli del conte Losco.
L'arroganza di quest'ultimo deve, quindi, a loro dire essere punita
e la condanna additata ad esempio quale monito per chiunque intenda
calpestare i diritti altrui. Alla richiesta del priore di Maddalene,
padre Filippo Di Grezzani, il podestà di Vicenza istruisce
il processo contro il nobile Losco. L'intera trascrizione degli
atti del processo, mi ha consentito questa ricostruzione dei fatti.
E' fuori dubbio che l'accresciuta potenza dei Loschi, abili nell'aver
saputo rendere fertile una vasta zona paludosa, arrivando con
le loro proprietà a ridosso di quelle dei frati di Maddalene,
ha consentito loro di risolvere di forza le labili resistenze
dei piccoli confinanti. Non così con i frati Girolimini.
Ed infatti, dopo quattro anni di interrogatori di testimoni dell'una
a dell'altra parte, arriva il 30 luglio 1588 la sentenza del podestà
di Vicenza che condanna il come Francesco Losco per il danno causato
ai frati con la rottura dell'argine della Zilia e lo obbliga a
non importunare oltre i religiosi di Maddalene.
Di questo fossato oggi non rimane traccia. Neppure tra le persone
più anziane del luogo vi è memoria d'esso. Tuttavia,
in un disegno allegato agli atti del processo succitato, viene
evidenziato in modo chiaro ed inequivocabile. In via ipotetica
potrebbe trattarsi dello stesso alveo originario della roggia
Contarina, fatto scavare in quegli anni dai nuovi arrivati nobili
Contarini, a fatto deviare anziché sulla vicina Seriola,
nella più lontana Dioma, attraversando l'intera campagna
posta al Pian di Maddalene, contribuendo a risolvere i problemi
della irrigazione dei campi tanto dei Contarini quanto dei Loschi,
con il vantaggio per questi ultimi di poter usare l'acqua della
Dioma per il funzionamento dei loro Mulini situati al Biron, lungo
il corso d'acqua predetto.
LA
CONTROVERSIA CON I GOVERNATORI DELLA COLTURA
DI S. CROCE PER IL PAGAMENTO DEL DAZIO SULLA MACINA
Questa vicenda (8) ha inizio nel 1670, ed ha
per protagonisti i Governatori della Coltura di S. Croce ed il
convento di Maddalene. Tra le varie incombenze di questi Governatori,
vi è anche quella di provvedere alla riscossione dei vari
balzelli da consegnare successivamente alle casse del Comune.
Una delle imposte contestate, da parte dei Girolimini, è
la tassa sulla macina del grano turco, che i Governatori vorrebbero
imporre anche a loro.
Il 14 giugno 1670 il coadiutore episcopale Nicolas Mapheus emette
la seguente ordinanza:
"Ad istanza del Rev.do Convento delle Maddalene,
sarà citato domino Michiel Calibran esattore della Coltura
di S. Croce, sive li huomeni di Detta Coltura, et detto Calibran
per ogni suo intendere alla revocazione della sua intimazione,
et ciò per il giorno che li sarà detto dall'esecutor
della presente, et intanto non possi esser fatta novità
in pena della nullità et retratazione d'ogni attentato.
Nicolas Mapheus Goad. eposcopalis"
Il giorno successivo, 20 giugno 1670 1'arcidiacono
e giudice conservatore Trissino convoca il priore del Convento
di Maddalene Ludovico Porto per sentire la sua versione dei fatti.
Il 21 giugno seguente è lo stesso Trissino ad ordinare
il seguente provvedimento:
"De ordine dell'Ill. mo domino Trissino archidiacono su istanxa
di domino Michiel Calibran, esattore della Coltura di S. Croce,
sono intimati alli Rev.di Padri Delle Maddalene, che nel termine
di giorni tre debbano haven fatto esborso ad esso esattore di
troni trentasei per pubbliche imposte, altrimenti spirato esso
termine predetto, che sarà proceduto contro di essi, et
effetti loro un mandate di cavalcata, a tutte lore spese, potendo
esser esseguita per li officiali del foro seculare la relatione
et senza pregiudizio di summa maggiore.
Vicenza, dal palazzo episcopate.
Bernardino Facinus coad. ep.lis"
Passano ancora alcuni giorni, ma i Girolimini
non intendono sottostare agli ordini impartití. Si rifà
vivo quindi 1'esattore che comunica alla autorità comunale
la mancata osservanza da parte dei frati dell'ordine di pagare
le imposte. E' il 27 giugno quando Michiel Calibran scrive al
vice capitano questa missíva:
"La scrittura delli rev.di Padri e Convento di Maddalene
20 giugno nella cancelleria episcopate ben dimostra la levidezza
de loco pensieri mentre difficultano il pagamento all'esattor
della povera Coltura di S. Croce della pubblica imposta con giusto
equilibrio datoli da scoder da tutti prencipiando da essi rev.di
Padri et acciocchè cessino ogni loro maraviglia et indolenza
la Coltura mediante i suoi interventi ha volute esibire la ferma
delle lore azioni, nella qual facendo il dovuto riflesso, una
ad altra scrittura che congiuntamente prodursi anderanno dall'ingiustizia
della contesa, a che non possano un qualunque progetto sottrarsi
dal pagamento da essi altre volte pratticato a però quando
volontariamente non li rinoncino, seguirà la confermatione
della intimazione fatagli ad effetto di poter eseguire così
privilegiato credito a sollievo di essa Coltura a di suoi miserabili
habitanti a nella specie di che far ricorrenza." Come si
vede, l'accusa formulata dall'esattore Calibran è piuttosto
pesante a circostanziata.
Interessato della vicenda anche il competente
magistrato veneziano, perchè esprima il sue parere in proposito,
in data 28 giugno 1670 Nicolò Foscarini emette una sentenza
che mortifica le attese dei frati di Maddalene. Dice infatti questo
magistrate veneziano:
"Ci espongono li huomeni a governatori della Coltura di S.
Croce di questi città (di Vicenza) avere secondo il solito
lore use imposto le lore collette e contribuzioni a avervi alcuni
delli collettari, a principiando dalli Rev.di Padri delle Maddalene,
che ricusano di fare il pagamento alli medesimi imposto, dicemo
che senza alcun intervallo, o ritardo fatto che sia d'ogni uno
delli collettati il pagamento effettivo, qual fatto siano poi
salve le ragioni di chi si sentisse agravato, a quali dimetterà
poi Giustitia non admetendo avanti esso pagamento alcuna eccettione
in contrario, et così eseguirà a si farà.
"
Come è facilmente intuibile, l'intimazione è categorica:
prima si faccia il pagamento delle imposte dovute a poi chi ritiene
di essere tassato ingiustamente faccia ricorso alla Giustizia.
Questo in sintesi il concetto espresso dal magistrato veneziano
Nicolò Foscarini.
Tale ordinanza viene recapitata alla autorità
vicentina che provvede di conseguenza a farla conoscere agli interessati.
Infatti, il due luglio seguente, il Podestà di Vicenza
comunica ai religiosi Girolimini il parere del Collegio dei X
Savi, così esordendo:
"Per istanxa riverente fattagli per il motto Rev.do Padre
Porto priore del convento di Maddalene, ha sospeso et suspende
l'essecutione Delle tre levate per la Coltura a huomeni di S.
Croce a contro detto convento dagli ecc.mi Signori del Collegio
dei X Savi per giorni sei prossimi ad effetto che detto Padre
priore posse Provvedere a suoi interessi, col ricorrere all'Ecc.mo
Magistrato, non potendosi intanto fare novità alcuna. "
Forti di questa sospensiva loro offerta, i religiosi di Maddalene
si preparano per meglio difendere le loro tesi.
E'il 3 luglio 1670 quando questi ultimi presentano un loro nuovo
scritto contenente l'esposizione dei fatti dal loro punto di vista.
"Ben dimostra patente - inizia il Priore Lodovico Porto -
il moderno esattore della Coltura di S. Croce l'amarezza dei suoi
torbidi riprovati pensieri, tendono ad inquietar anco abitualmente
li molto reverendi Padri delle Maddalene. Ritrovati egli al pretesto,
tutto senza la partecipazione a scienza delli Governatori, che
consci di quanto con atti di pure amorevolezza ricorrono giornalmente
dai Padri a Convento del comodo delle Messe, somministrazione
de sacramenti, sepoltura a' morti, et altro si come per il passato
mai hanno permisso la quietezza da suoi esattori per cause di
asserite gravezze al Convento, così di presente mano gaverian
lassato trovar questa mostruosa novità, sapendo più
che benissimo che li obblighi della sue Coltura non hanno equilibrio
aggiustato col minimo di qualche importanti gravezze, che non
concidono li Padri, anzi negano, atteso li uso, il tempo a la
ragione che però assai meglio farà detto esattore
a disistere della indebita appasionata molestia, a pratticarà
quello, che altri suoi predecessori per il corso d'anni e d'anni
hanno sempre usato col predetto convento; altrimenti seguirà
giudixio a suo favore con la riconvocazione et indebita intimation,
a nelle spese, oltre le quali è salve o riservatta ogn'altra
ragione a cittaxioni a difesa alto stesso convento, a suoi Padri
competente. "
Mentre questa lettera è indirizzata al
vice capitano di Vicenza, lo stesso 3 luglio il priore Porto risponde
alla intimazione del Foscarini in questo tono:
"Praticano artifixi li governatori della Coltura di S. Croce
per contenuare la indebita intimatione del suo esattore contro
li Padri della Madalena, onde hanno presentato certi libri che
per questi non hanno fondamento alcuno per li fini prefigurati.
Li Padri suddetti che hanno ragioni inscusabili, non assentono
a detta presentazione ma li governatori anzi devono parlare più
oltre a procedili e delle spese tutte di qualunque some ci siano
con tutta la chiarezza a distintione et copia quali formata la
gravezza importano debitori li padri da marzo 1669 passato delle
due partite di troni 31.
Non si proclamano li medesimi Padri resistenza alcuna nei predetti
Governatori nella pronta esibizione che dalla Giustizia siano
attrati. Salve e rinovate sempre qualunque ragioni alli padri
medesimi competenti. "
Tra una convocazione ed una intimazione la vertenza
si trascina senza alcuna novità fino alla fine del mese
di agosto 1670. Poi, per sei lunghi anni, nulla di nuovo succede
fino al 19 settembre 1676, allorchè i frati, citati nuovamente
dall'esattore Calibran Michiel, debbono tornare a difendere le
loro tesi.
Nel frattempo, intanto, neanche il Collegio dei X Savi a Venezia,
ha deliberato alcunchè al riguardo. In questo stato di
fatto si arriva al 28 luglio 1704, allorchè viene recapitato
al procuratore del convento padre Trolese Michelangelo la seguente
comunicazione:
"Non può sussistere l'indebito capriccioso et ingiusto
comparto da troni 31 buona valuta che gli huomeni della Coltura
di S. Croce prettendono adossare alli Reverendi del Convento delle
Madalene per preteso dacio di macina come nel biglietto a stampa
fattogli pervenire et perciò fanno che a loro istanza resti
citato li sudetti huomeni di detta Coltura, sive signor Andrea
Piccinini, loco procuratore. Avanti l'illustrissimo et ecc.mo
signor Capitano per il giorno li sarà detto dalli esecutor
della presente che esser detto comparto ritrattato et ridotto
al solito et conveniente che sarà in Giudizio dedotto et
ita il rev.do padre procuratore del convento a ciò per
li 29 luglio. "
Il giorno successivo, in rappresentanza del convento interviene
il Padre Michelangelo Trolese, mentre per gli uomini della Coltura
interviene il loro procuratore Andrea Picinini.
Al capitano viene esposto il caso oggetto della controversia,
ma questi non prende alcuna decisione, rinviando la discussione
in attesa di approfondire la conoscenza della contesa. Arriva
così il 26 febbraio 1706, quando avute le necessarie delucidazioni
sulla imposizione da parte del Senato Veneto, viene richiesta
una nuova elencazione dei contribuenti della Coltura di S. Croce
in sostituzione di quella presentata precedentemente, al fine
di far pagare il giusto tributo a tutti coloro che ne sono obbligati
come previsto dal decreto del Senato Venelo del 21 dicembre 1695.
Il capitano di Vicenza incarica quindi il notaio Canestraro Bernardo
di redigere il nuovo elenco che viene completato a consegnato
al committente il 30 marzo 1723. E' proprio questo elenco, chiamato
"vacheta", che ci permette di conoscere i nomi degli
abitanti della coltura dell'epoca. Così troviamo Francesco
Calibran, Stefano Tosato, Iseppo Borso, Iseppo Santin, Antonio
Marcon, Lorenzo Marchesini, Francesco Bardelaro, Pollo Zuanne
o Giovanni, Pasqualotto Domenico, Zambon Francesco (che viene
descritto come infermo all'ospedale), Marola Giacomo a Rossi Giacomo,
Baldan Antonio, Veronese Bastian, Gobato Zuanne, Busolo Giacomo,
Bonelto Anna, Canton Domenico; a ancora Bortolamio Carta, Pietro
Montemezzo, Battarotti Antonio detto Mattiello, Pagello Bortolamio,
Zanolo Carlo, Arpegaro Zuanne, Todescato Giobatta, Anzolo Maddalena,
Gian Maria Rizzi, detto Morando, Bortolazza Lucia, Francesco Franco,
Tapparello Iseppo, Santolin Bartolamio, infermo; a ancora Giacomo
Ferarotto, scritto proprio così, questo certamente un mio
avo, che lavorava campi 70 con una boaria in Lobia. E poi ancora
Francesco Dall'Osto, Giacomo Calcara, Girolamo Testa, Anzolo Paiusco,
Paulo Pavan, Paulo Crestanello, Francesco Marangon, e questi per
citare solo i nomi più noti.
Questa nuova lista, riveduta e corretta, consegnata al capitano
di Vicenza, gli consente di poter imporre le nuove tasse, ed infatti
il 16 novembre 1723 il padre Francesco Dalle Molle, procuratore
del convento di Maddalene, deposita ducati sette quale imposta
dovuta dal convento, che sono comunque molto meno dei trentuno
pretesi anni prima dai governatori di allora, quale imposta di
macina di sorgo. La contesa comunque non è ancora giunta
al termine. Il primo ottobre 1728 Iseppo Ghirardello, decano della
Coltura di S. Croce, comunica a Benedetto Ongaro, governatore
della stessa Coltura, che il convento di Maddalene non è
mai stato allibrato per imposta per macina sorgo, perchè
non vi è soggetto. Il tutto a seguito della insistenza
con cui questo Ongaro vorrebbe obbligare i Girolimini al pagamento
della predetta tassa. Finalmente il 20 aprile 1729 il Vice Capitano
di Vicenza Antonio Diodo, emette la sua sentenza.
"Se è così
dice il testo della sentenza - che le Colture della città
e così quella di S. Croce, non siano obbligate verso il
territorio a corrispondere che il solo datio della macina minuti
e seppure così è, che li reverendi Padri della Maddalena
non facciano macinare o consumino minuti. Comandiamo alli Governatori
d'essa Coltura, che nelle cote degli habbitanti comandate alla
Coltura medesima per il pagamento del suddetto datio, non debbano
includere essi rev.di Padri come quelli non macinano o consumano
grani come sopra soggetti a molto meno debbano quelli carrattare
nel comparto sarà fatto, o obbligarli ad altro pagamento
in pena di ducati 50 in spetialità e maggiori etiam corporali
ad arbitrio in caso di inobbedienza ". In seguito
a questa sentenza, il 5 novembre 1737, viene stipulato tra il
signor Paolo Stoppa, "sublocatore del datio macina di tutte
le biade da spiga di tutte le Colture della città"
ed il governatore della Coltura di S. Croce dr. Gaetano Testa
per conto del sindaco Antonio Fabris, íl seguente accordo:
"Addi 5 settembre 1737 in Vicenza. Si dichiara colla presente
scrittura, come il signor Paolo Stoppa, subcondutor del dazio
macina di tutte le biade da spiga di tutte le Colture di questa
città ha sublocato il dacio della Coltura di S. Croce alla
Coltura stessa per lire milleduecento a sette, soldi dieci, valuta
di Camera all'anno per tutti gli anni sei della sua subcondotta
principianti l'8 agosto passato a termineranno 8 agosto 1743 con
obbligo alla suddetta Coltura di pagare la suddetta somma di lire
1207.10 dentro li sette del mese di agosto di ciaschedun anno
con patto a condizione espressa che non pagando pontualmente per
detto giorno cada nella pena del dieci per cento per la quale
egualmente, che per il capitale possa dal medesimo signor Stoppa
essere proceduto colle esecuzzioni parate in forma di camera.
Dichiarando in esecuzione di quanto è stato incaricato
nella scrittura di sua subcondotta che resta accordata a tutti
gli abbitanti della suddetta Coltura la libertà di poter
mandare a venire a rimorchiare le loro biade a molini di questa
città senza altro maggior aggravio, che quello di ricevere
la Bolletta che li sarà consegnata gratis dalla persona
del massaro della Porta di S. Croce, allo quale doveran esser
denonciata fedelmente in qualità a quantità tutta
la biada che sarà condotta a macinare in questa città,
la quale ridotta in farina usciranno anche liberamente dalla città
stessa cotta scorta della Bolletta medesima. In fede le parti
si sottoscriveranno.
Io dottor Gaetan Testa mi son sottoscritto per nome del signor
Antonio Fabris sindico attuale della Coltura di S. Croce, nec
non dalli Antonio Trentin et Antonio Nicolin colleghi.
Io Paolo Stoppa Affermo quanto sopra.
Si dichiara con la presente scrittura come li Governatori della
Coltura di S. Croce, esseguendo l'auttorità impartita dalla
loro vicinia de128 ottobre 1737 destinano il signor Antonio Stoppa
di questa città per loro riscuottitore del dazio macina
da spiga della loro Coltura con li patti seguenti:
Primo. Doverà sussistere la presente per anni sei continui,
cioè dal 1738 venturo per tutto 1743, a doverà far
sei riscossioni annuali a così sei pagamenti.
Secondo. Riscuottere da tutti li Coloni, et abbitanti niuno eccettuato
a tenor della Polizza che le doverà esser consegnata da
Governatori pro tempore ogni anno alli 8 di luglio come pure contenirà
qualunque altro come Artista, o nobile Consorte o altro, che vi
habitasse anco poco spazio di tempo a non doverà essiger
da villiti detti anni cinque in su più de soliti vinticinque
bona valuta per testa, e delle Boarie lire sei pur bona valuta
per cadauna Boaria, et a raggione di boaria a così da osti
a mollinari quello è giusto al praticato degli anni decorsi,
con condizione che mancando nella Polizza Persone, siano queste
aggiunte dal riscuotitor con doppia imposta a dazio de governatori
che gli omettessero.
Terzo. Doverà esso riscuottitore ogni anno pagare a conduttori
di tal dazio lire milleduecento a sette soldi dieci b.v. per li
8 agosto di cadaun anno, e consegnare ogni anno dentro il mese
suddetto a Governatori il ricevere di saldo a per cauzione de
essa Coltura il signor Paolo Stoppa procuratore del signor Antonio
si costituisce suo pieggio a seguirà per l'intiero adempimento
dello stesso pagamento et in fede le parti si sottoscriveranno.
Io dottor Gaetan Testa mi sottoscrivo per home di domino Antonio
Fabris, sindico a governatori per non sager essi leggere a scrivere.
Io Antonio Stoppa affermo quanto sopra. "
Con questo accordo, termina anche questa lunghissima
controversia, che oltre ai Girolimini aveva visto coinvolti anche
gli stessi abitanti della intera Coltura di S. Croce.
Sembrerebbe, leggendo attentamente questa documentazione, che
1'iniziativa portata avanti dai frati, avesse come scopo principale
quello di una revisione della esosa tassazione imposta dalle autorità
cittadine agli abitanti delle Colture a del territorio, essendo
fin troppo sentita 1'esigenza di una maggiore equítà
impositiva che equiparasse gli abitanti delle Colture a quelli
della città.
Concludendo si può quindi affermare, che
la nelta presa di posizione dei frati, inizialmente unici colpevoli
del mancato pagamento delle imposte loro assegnate, ad altro non
sia servita che obbligare le autorità cittadine ad una
revisione delle "gravezze" sopratutto a beneficio della
misera popolazione che viveva del duro lavoro dei campi attorno
al convento di Maddalene, soggetta anche ad insopportabili vessazioni
che rendevano ancor più precaria la loro esistenza.
I CONTI REPETA E LA VICENDA DELLA STRADA USURPATA
Nella vicina Costafabbrica, dal nome dei conti
Bissari divenuta in seguito Costabissara, la ricca a potente famiglia
Repeta (9), veneziana di origine, possedeva notevoli estensioni
terriere che confinavano a sud con quelle dei Girolimini a dei
nobili Contarini poste a Maddalene. I Repeta avevano anche alcune
fattorie in località San Valentino a possedevano la casa
padronale lungo l'attuale via Roma a Costabissara. Una mappa del
1682, mostra chiaramente quali fossero le proprietà di
questa nobile famiglia, ed in particolar modo sono indicate le
fattorie con una peschiera anticamente collocata a ridosso della
strada. La peschiera attingeva acqua alla sorgente detta "delle
fontanelle" posta sui colli a ridosso della proprietà.
L'acqua veniva poi convogliata in un condotto che la portava ad
una cisterna situata alle pendici del colle, dietro una delle
fattorie. Quest'acqua era condivisa dai conti Repeta con i conti
Bissari, visto che essi godevano della giurisdizione Delle acque
come testimonia un atto del 1565 di "notificazione acque"
in cui si legge che era riservata ai conti Bissari la giurisdizione
dell'acqua in qualunque zona di Costabissara, e potevano usarla
come meglio credevano. Questo privilegio viene più volte
ribadito in altri documenti del 1595, del 1632 a del 1660; alcuni
anni più tardi i Bissari, da sempre signori di Costafabbrica,
dovettero condividere il feudo con la famiglia avversaria Repeta,
diventata sempre più potente. Un atto del 1662 dice appunto
che "stante la supplica resentata a Mons. Vescovo di Vicenxa
Giuseppe Curian dal nobile signor Conte Niccola Repeta, resta
detto signor Conte Niccola investito del feudo del quale erano
investiti li suoi maggiori, ed è la metà proindivisa
con l'altra metà possessa dal Conte Girolamo ed altri Bissari".(10)
Qualche anno più tardi, nel 1676, i conti Repeta perdono
il loro controllo su Costabissara, e viene negata ai conti Enea
a Scipione Repeta 1'investitura feudale che ritorna pienamente
nelle mani dei Conti Bissari. Costretti a ridimensionarsi, ma
decisi a non cedere, i contí Enea a Scipione Repeta riversano
le loro bramosie sulle terre vicine al convento di Maddalene,
alcune pertinenze delle quali sono già di loro possesso.
Nel 1684 i predetti conti, diventati nel frattempo marchesi, vogliono
far proseguire attraverso le terre dei frati di Maddalene, una
strada che consenta loro di raggiungere più agevolmente
le loro proprietà a Maddalene. Il 5 luglio 1684 questi
nobili ricorrono al capitano di Vicenza denunciando i religiosi
del convento di Maddalene di "usurpazione di strada pubblica",
asserendo cioè che i frati avevano nel corso degli anni,
fatto proprio un tratto di strada che consentiva di raggiungere
Costabissara direttamente dal convento di Maddalene. Alla richiesta
deí conti Repeta, il Capitano di Vicenza, senza minimanente
verificare 1'attendibilità della denuncia inoltrata dai
marchesi Repeta, il 5 luglio 1684 intima ai frati di ripristinare
la strada "usurpata" entro sei giorni. Il testo della
intimazione non lascia dubbi al riguardo:
"Noi Nicolò Erizzo Podestà
Vice Capitano
Ci viene rappresentato a nome delli signori Conti Enea et Scipion
fratelli Repeta, che per parte del Monasterio Delle Maddalene
sia stata usurpata la strada commune, che porta dalla stradda
reggia sin al Comune della Costa: il che riuscendo contro la mente
di Sua Serenità espressa in più decretti et anco
a grave danno et pregiuditio di detti Signori Conti Repeta, et
di tutti quegli habitanti implorato il giusto sapere nostro.
Comandiamo a detti Padri Delle Maddalene, che nel termine di giorni
sei debbano haver ridotto essa strada nel pristino stato, cosicchè
si renda transitabile come prima, altrimenti si manderà
a levarli la penna di ducati 200 et si manderà ad aggiustar
la strada et ridurla nel primiero stato sia modo a tutti danni,
.et spese d'esso Monasterio oltre anco il porter le proprie indolenze
ad altro supremo tribunale per trattarsi della matteria di che
si tratta.
Vicenza li 5 luglio 1684.
Nicolò Erizzo Podestà a Vice capitano. "
Trascorrono alcuni giorni della notifica ai Girolimini
della intimazione, a il 10 luglio seguente, presentatisi a loro
volta al Podestà a Vice capitano di Vicenza per chiarire
le loro regioni, essi ottengono da questo soddisfazione a 1'annullamento
della sue íntímazione del 5 luglio precedente. Nella
comunicazione fatta pervenire ai conti Repeta, Nicolò Erizzo
dice che "L'ill.mo ed ecc.mo signor Podestà, Vice
capitano, così riverentemente supplicato per parte del
rev.do Convento della Maddalena ha sospeso et sospende il tal
qual mandato del di 5 luglio corrente subitamente impetrato per
parte delli sigg. ri Conti Enea et Scipion F. lli Repeta con espressioni
non vere, donec partes audiat, intendendo S. E. d'amministrar
raggione alle parts cittatis, cittandis et servatis, semandis,
non dovendo esser concesso alcun suffraggio, mandato, annullatione
o altro atto in contrario a favor di Betts sigg. ri Conti Repeta,
et contro detto rev. do Convento, se prima non sarà cittato
l'interveniente di quello: altrimenti il tutto si intends nullo
et di niuno valore, come se dato a concesso non fosse dato.
Vicenza, IO luglio 1684 Nicolò Erizzo Podestà. "
Venuti a conoscenza del nuovo mandato del Podestà
di Vicenza, i Conti Repeta non accettano quest'altra umiliazione.
La loro nobiltà non può essere ridicolizzata così
facilmente, ed infatti il 20 luglio presentano nuovamente una
dettagliata ricostruzione dei fatti, secondo la Loro versione.
Accusano i frati di aver interrotta la strada nella località
denominate "le Giarine", nelle vicinanze Delle roggie
dei nobili Contarini Bertuzzi, ma anche questa accusa cade non
potendola, in quel momento, i Repeta provare con documenti certi.
Neppure i Girolimini, tuttavia, stanno a guardare, ed infatti
nella loro replica al Podestà di Vicenza affermano di non
aver mai neppure sentito parlare del luogo chiamato "le Giarine"
nè di sapere dove esso sia.
"Li poveri padri del Convento della Maddalena
fuori di Vicenza, ricordano i frati hanno ottenuto la suspensione
dell'ingiusto et insussistente mandato de sigg. ri conti Enea
et Scipion f.lli Repeta, avendo altro fine che per preservati
da quei pregiuditii ne quali detti sigg.ri Conti studiosi di novità
cercano d'immergerli. Osservato per tanto il tal qual inconcludente
indefferito et captioso capitolo prodotto da essi ill.mi Signori
conti li 20 luglio cadente, rissolvono protestarle ampliamente
di nullità et dissenso, mentre dovendo il reo esser certo
dell'intenzione dell'attore è di dovere che resti specificato
il tempo preciso, et gli anni ne quali conforme li loro vani,
et fallaci, et non veri concetti fu et è stata usurpata
la strada ne beni di detti padri, che sorte di strada fosse quella,
se commune, particolare, o consortiva et ove havesse il principio
et in che loco preciso terminasse, non sapendo ne anco li Padri
ove sia la contrà delle Giarine in detto capitolo nominata.
Non si crede, che ricusino di far dette specificazioni ma in caso
di renitenza instano detti rev. di Padri che così resti
dalla Giustitia ante omnia pronontiato, il che sia con risserva
d'ogni et qualonque eccettione, et difesa di detti Padri et senza
mai concedere a detti sigg.ri Conti raggione ne attione di sorte.
"
Vistasi preclusa anche questa via, i Repeta tentano,
a detta dei frati, la composizione amichevole, avvicinando il
priore dell'epoca (1684) e proponendogli di accordare loro il
diritto di passaggio, a condizioni particolarmente vantaggiose,
senza peraltro riuscire nel loro intento. Per i conti Enea a Scipion
Repeta è un altro amaro boccone da digerire. A questo punto
sembrano voler riporre nel cassetto i loro sogni velleitari, dal
momento che per quasi vent'anni non accampano altre pretese. Ma
il desiderio di rivalsa, covato per tanto tempo, è troppo
forte. Tentano di ottenere soddisfazione chíedendo dapprima
una strada per le loro necessità ai nobili Contarini Bertuzzi,
ottenendo un netto rifiuto e rifacendo poi la proposta con il
nuovo proprietario, dr. Lorenzo Marchesini, ma sempre invano.
Vengono però a conoscenza dai Contarini Bertuzzi che un
secolo prima, nel 1568, una loro antenata, la nobildonna Cecilia
Contarini aveva presentato al Magistrato ai Beni Inculti di Venezia
una domanda di investitura di acque per irrigare le loro terre
in quello che è 1'attuale Pian delle Maddalene, corredata
da un ampio disegno della zona che riproduce 1'abitato di Maddalene
all'epoca. Senza perdere tempo, i conti Repeta riescono a reperire
tra la documentazione del magistrato veneziano, questa mappa,
che però risulta essere deteriorata. Incaricano allora
un perito, tale Hieronimo Dal Ponte di ridisegnare la mappa ritrovata
al fine di raggiungere il loro scopo e dimostrare la veridicità
Delle loro asserzioni. In questo disegno, in effetti, si vede
tracciata la strada contesa, che ad un certo punto, all'altezza
del boschetto che i fratí avevano ai confini con il comune
di Costafabbrica si interrompe. I Conti Repeta vogliono quindi,
sostenere che già nel lontano 1568 la strada era stata
soppressa dai frati, ma lo sostengono con difficoltà, poichè
quel disegno in realtà era stato preparato per richiedere
1'escavazione di un fosso che dall'Orolo, in località Motta,
permettesse di far arrivare acqua nelle campagne di Maddalene.
Questa roggia, ancor oggi esistente, prese da allora il nome della
famiglia che la fece scavare, cioè Contarina.
Tornando alla narrazione principale, dobbiamo dire che a questo
punto il desiderio di rivincita dei conti Repeta è tale
da convincerli a rivolgersi, per ottenere soddisfazione, alla
massima magistratura allora esistente nella Repubblica Venela,
e compentente per queste cause: il magistrato alle Rason Vecchie.
E' 1'anno 1703. Essi, nell'esporre a questo magistrato le loro
ragioni, asseriscono di aver più volte inviato lettere
ai religiosi invitandoli al riprístino della strada, ma
costoro negano il fatto, a ciò nonostante, devono sottostare
alle disposizioni impartite dal Magistrato veneziano: questi ha
infatti incaricato il perito Francesco Muttoni di redigere un
disegno della zona che consenta alla autorità veneziana
di giudicare e sentenziare. Francesco Muttoni esegue 1'ordine
e consegna il suo lavoro 1'8 febbraio 1703 al podestà di
Vicenza, che provvede a trasmetterlo a Venezia, non senza dower
subire le vivaci proteste dei Girolimini per il modo in cui è
stata redatta la perizia.
Anzolo Pisani, magistrato alle Rason Vecchie, dopo aver consultato
il disegno di Francesco Muttoni, fa conoscere le sue disposizioní
al podestà di Vicenza.
"Riceviamo con lettera di V.S. ill.ma in data del 23 novembre
passato responsive a precedenti nostre scritte sopra istanza fataci
dalli Sig. ri Scipion e fratello Repeta il disegno formato col
mezo di pubblico perito, dal quale vediamo rappresentarci l'intacco
et usurpazione in presente d'una strada comune in pertinenza di
Costafabrica, che conduceva dalla strada Regia sin al comun della
Costa a pubblico pregiuditio. Dalli Padri della Maddalena di codesta
città si compiacerà perciò col mezzo di cotesto
suo cancelliere far formar diligente a rigoroso processo così
contro li suddetti Padri come cadaun altro ch'havesse intento
la strada stessa, il che fatto trasmetterà il tutto sotto
sue lettere et sigillo, al Magistrato nostro a niun palese, et
le raccomandiamo.
D'ordine del Magistrato alle Rason Vecchie li 5 dicembre 1703.
Anzolo Pisani Prov.tor"
Alla massima autorità di Vicenza non resta
che far rispettare 1'ordinanza ricevuta, consentendo così
ai conti Repeta di respirare per una volta, aria di rivincita.
Con fare da buoni samaritani, tentano di lenire il dispiacere
dei frati avvicinandoli e convincendoli a non temere per 1' esito
della azione da loro intrapresa. Sembrano credibili i conti Repeta,
perchè effettivamente trascorrono altri quattro anni senza
nessuna novità. Il 3 gennaio 1707, il priore di Maddalene,
padre Angelo Bettini, inoltra al Magistrato alle Rason Vecchie
un'altra lettera nella quale cerca di chiarire la questione che
sembra essersi arenata a per la quale, tuttavia è ancora
pendente 1'ingiunzione al convento di Maddalene al ripristino
della strada contestata.
"E' così destituito d'ogni fondamento a ragione a
giustitia il ricorso fatto al Mag.co ed Ecc.rno di VE. dal signor
Marchese Scipion Repeta col mezzo di tali quali lettere impetrate
sino sotto li cinque settembre 1703 contro di noi padri delle
Maddalene fuori di Vicenza professati da esso usurpatori d'una
strada pubblica nel Comun di Costafabbrica, et praticato dal medesimo
sin dall'anno 1684 avanti l'ecc.mo Capitano di Vicenza, et postisi
noi in difesa, ha dovuto quello abbandonare. Credette tuttavia,
col manto benefico della Loro Autorità, con egual formatione
di processo disturbarci, ma lode a Iddio Benedetto la loro riverita
Giustitia non potrà ritrovare in noi la pretesa reità
d'usurpazione di questa strada. Sono tre secoli che possediamo
alcuni pochi beni nelle pertinenxe di detto Comune et nella positura
ch'ora s'attrovano, in passato sono sempre stati nè mai
si farà cadere con pretese legali et sussistenxe esservi
stato incorporato in detti nostri pochi beni alcuna publica strada.
Quanto fu opposto nel costituto fatto dal nostro Procuratore oltre
ad avere alcuna concludenxa, resta a pieno risolto dalle carte
veridiche et legali et disegno che con la presente produciamo
in nostra difesa a giustitia. 3 gennaio 1707.
P. Angelo Bettini. "
Purtroppo questa richiesta non ottiene il risultato sperato. Il
22 settembre 1707 arriva come un fulmine a ciel sereno una ulteriore
intimazione del Magistrato alle Rason Vecchie che ordina ai frati
di ripristinare la strada. Inoltre,i monaci vengono citati in
giudizio nella persona del priore entrato nel suo potere solo
da qualche settimana, a quindi scarsamente informato dei risvolti
della vicenda. I Girolimini tentano addirittura di invalidare
il ricorso fatto al magistrato veneziano dai Repeta, sostendendo
che la causa era iniziata davanti al podestà di Vicenza
a qui doveva terminare, ma senza successo. Contestano anche il
Muttoni che, a Loro dire, ha eseguito il disegno ascoltando solo
le ragioni dei conti Repeta a senza mai ascoltare le loro. Nella
Loro strenua difesa, i religiosi di Maddalene rammentano che a
memoria d'uomo nessuno ricorda di aver mai visto la strada che
il Conte Repeta asserisce essere stata usurpata. Ma anche loro
devono rimboccarsi le maniche. Come abbiamo visto più sopra,
a sostegno della Loro versione, incaricano il perito Dal Maso
Biagio di redigere un disegno delle zone interessata che dimostri
inequivocabilmente la infondatezza Delle ragioni dei Repeta e
danno mandato all'avvocato Girolamo Galvan di predisporre una
idonea difesa presso il Magistrato alle Rason Vecchie.
Ultimato il 24 dícembre 1707, anche il disegno del perito
Dal Maso viene consegnato alto stesso magistrato veneziano.
Per dirimere in via definitive la vertenza, vengono incaricati
di verificare sul posto la fondatezza Delle rispettive posizioni
il perito Berlaffa Antonio ed il cancelliere prefettizio Santo
Turri per ordine del capitano di Vicenza.
Con queste due mappe, essi eseguono un sopralluogo nella zone
contesa il 14 maggio 1708. Le loro osservazioni vengono successivamente,
consegnate al capitano di Vicenza il giorno stesso. Vale la pena
riportarle per esteso, al fine di consentire al lettore di meglio
comprendere il responso.
"Addi 14 maggio 1708.
In obbedienza de comandi dell'Ecc.mo Signor Capitano di Vicenza,
mi son portato io Antonio Berlaffa pubblico perito fuori nella
Coltura di S. Croce servendo gli ordini che teneva il signor Cancelliere
di S.E. in virtù di lettere del Magistrato Ecc.mo delle
Rason vecchie a mi furono posti sotto L'occhio due dissegni, uno
grande fatto dal signor Francesco Muttoni sotto l'8 novembre 1703
a l'altro piccolo fatto da domino Biasio Dal Maso il 24 dicembre
prossimo passato et in un loco all'estremo d'un piccolo fosso
fu ritrovato un termine di pietra alto da terra piedi 4 in circa,
et per informatione presa, si ricavò che la Coltura era
di là del fosso a di quà comincia il boschetto verso
tramontana, che fu osservato esser tutto in pianura, con rnolti
roveri di grossezza considerabile, et sarà grande un tempo
a mezzo in circa di figure irregulare, essendo poco distante dal
detto termine cinque pertiche un altro fossetto, che è
inframezzo esso bosco a serve a scolar l'acque per irrigare li
pradi del monasterio situati in Coltura.
Fu osservato nel dissegno grande, non vi essere il detto termine,
nè il fossetto, nè il bosco et che dal detto termine
al confine del medesimo delineato nel dissegno piccolo verso tramontana,
vi sono a dritta linea pertiche quarantasei a mezza. Dal bosco
sino alla strada media tra li beni dei rev. di Padri di S. Maria
Maddalena, et da ss. Conti Bissari che camina da levante verso
ponente vi sono pertiche 98.
Passando poi fuori del bosco dissegnato dal perito Dal Maso a
caminando verso sera lungo la roza Contarina, sino verso tramontana,
ove fu veduta una stradda che cammina da mattina a sera et a conto
della medesima fu ritrovata la pezza di terra prativa a paludosa
che nel disegno grande è posta per il sito nel quale sia
stato un boschetto disfatto l'anno 1703: nella quale vi sono solamente
alcuni salgari et onari a tre o quattro alberi intorno, et un
mucchietto di onari da una parte. Questo nel disegno piccolo è
messo per terreno prativo, senxa arbori nel mezzo, come veramente
fu osservato.
Parimenti fu riguardato attentamente da me perito nel perticar
la lunghezza nè vi trovai vestiggio di strada havendo da
una parte per il longo un fosso da scoladizze che camina tra la
stradda et la detta pezza paludosa de rev.di Padri, il qual fosso
volta verso mezzogiorno che divide la prativa dalla arrativa.
Io Antonio Berlaffa pubblico perito affermo con mio giuramento.
"
Anche il cancelliere Santo Turri verbalizza la sua uscita nel
seguente modo:
"Addi 14 maggio 1708. In Vicenza.
In ordine alla lettera del Magistrato Ecc.mo alle Rason Vecchie
9 gennaio passato a le precise commissioni di S. E. Capitano,
mi son trasferito io di lui Cancelliere prefettitio fuori di città
contrà di Costafabbrica, ove sono li beni de rev. di Padri
di S. Maria Maddalena fatto venir meco d. Antonio Berlaffa perito
pubblico, a con li due dissegni uno piccolo a l'altro grande trasmessi
dal suddetto Ecc.mo Magistrato, si trovarono a si videro li corpi
de terreni in essi nominati, sopra quali il perito con la pertica
portata seco fece le misure che ha suggerite nella sua relatione
quale incontrati con li siti si trovò consonante al espresso
in perticazione nel disegno più piccolo come resta acenato
nella relatione medesima.
Il che misurato si fè ritorno in città nel giorno
stesso.
Santo Turn Cancellier prefettitio ".
In queste minuziose relazioni dunque, viene affermato che non
c'è traccia di strada nella proprietà dei frati
Girolimini, come vorrebbero insinuare invece, i Conti Repeta.
La parte finale della stessa relazione del Berlaffa, sembra inoltre
confermare 1'esattezza del disegno elaborato dal perito Dal Maso,
al contrario del disegno del Muttoni, trovato troppo difforme
dalla reale situazione. E' doveroso però, rammentare che
il Muttoni aveva eseguito la sua perizia nel 1703, a che nel frattempo,
potrebbero, dai Girolimini, essere state apportate modifiche sia
alle colture sia al terreno stesso, rendendo per questo più
veritiero il disegno del perito Dal Maso.
Comunque sia, la vicenda è ormai giunta al termine. Il
capitano di Vicenza fa pervenire tutta la documentazione raccolta
al Magistrato alle Rason Vecchie, al quale spetta il pronunciamento
finale. E' infatti questione di giorni. Il 4 giugno 1708, dopo
idonea consultazione, questi emette la sua sentenza definitiva,
con la quale ingiunge ai conti Repeta di non importunare oltre
i frati Girolimini di Maddalene. Riconosce il Magistrato, la infondatezza
della richiesta deí conti Repeta ed incarica il capitano
di Vicenza di notificare agli interessati la sua decisione. Eccone
il testo:
"4 giugno 1708
Udito il domino Girolamo Galvan, avvocato, difensore per home
del V. to Monasterio delle Madalene di Vicenza, addimandato dover
per Giustitia aver udito il detto Monasterio sive Rev.do padre
Gio. Angelo Bettini suo Procuratore tal parte di nostra portata
al presente dal monasterio col mezzo di lettere impetrate dal
signor conte Scipion Repeta 1703 5 settembre per usurpazione di
una stradda comune in pertinenza di Costafabbrica, che si dice
conducano dalla Reggia sino al comun della Costa, et ciò
anche le carte fatte nelli sigg.ri Conti, giustificazione di fatto
col mezzo di disegno formato da pubblico perito risultano aver
importunato, pratticato a solo oggetto di portar indebito fastidio
al suddetto Monasterio, ciò risultando anco da le controdeduzioni
delli padri, resti annotato al signor Conte Repeta che non habbi
coraggio di continuar le sopradette di lui istanze.
vedute le carte a li particolari dissegni con la perticazione
fatta seguir col mezzo del signor Capitano di Vicenza con lettere
di questo Magistrato, il chè stante non ha che alla predianza
il giusto di S.E.
Andrà il signor Capitano il tutto consolidando et vedute
le carte trasmesse dal Capitano di Vicenza il 25 maggio passato,
hanno terminato in tutto e per tutto, come già stato ricercato
per parte delli Rev.di Padri delle Maddalene, condannando il signor
Marchese Scipion Repeta nella presente ordinanza. " Gio Francesco
Labia
Polo Zattini. "
Pur non avendo reperito altra documentazione,
è fin troppo semplice immaginare le opposte reazioni delle
parti in causa, a sopratutto to stato d'animo dei Girolimini,
in quel periodo davvero tartassati da più vertenze, peraltro
finite positivamente come abbiamo già potuto vedere.
Sembrerebbe questa, 1'ultima controversia di rilievo, che i religiosi
di Maddalene hanno dovuto gestire nella Loro ultracentenaria presenza
nella nostra zona, con esclusione ovviamente, di quella derivata
dalla soppressione del convento stesso settant'anni dopo.
Questi episodi appena narrati, meritevoli di essere conosciuti,
non sono stati comunque fatti isolati negli oltre tre secoli di
permanenza dei Girolimini a Maddalene.
Altre vicende, di minore rilevanza rispetto al luogo ove aveva
sede il convento, interessarono questa comunità religiosa.
Del resto i problenni erano quelli tipici del tempo, dove il desiderio
di potere della famiglie patrizie non badava a niente ed a nessuno,
pur di riuscire ad aumentare potere a prestigio. Tuttavia la modestia
di questi monaci a la loro pazienza vennero premiate, con considerevole
magnanimità, se è vero che riuscirono ad acquisire
un notevole patrimonio terriero come rísulta dall'inventario
dei beni del convento del 18 settembre 1772.
Come già ricordato precedentemente, anche
il convento del Summano era abitato dai Girolimini; inoltre esso
dipese giuridicamente dal convento di Maddalene, fino al 1525,
quando con decreto del Capitolo generate dei Girolimini, i due
priorati vennero definitivamente separati. Per un certo periodo,
quindi, unico priore di tutti a due i monasteri era quello di
Maddalene. Sembrerebbe tuttavia, che i religiosi del Summano fossero
considerati più eremiti ancora di quelli di Maddalene a
che coltivassero in una certa misura gli studi, come farebbe pensare
un certo acquisto di libri di filosofía, che fu tuttavia
subito dísdetto dall'allora priore di Maddalene .(ll)
Tra i vari impegni assunti dai Girolimini vi
era anche quello della celebrazione Della funzioni religiose sia
nella Chiesa del convento, sia nelle varie cappelle gentilizie
del círcondario. Inoltre, in collaborazione con il Parroco
di S. Croce, sotto la cui giurisdizione parrocchiale si trovava
1'intera Coltura di S. Croce, contribuivano all'insegnamento del
catechismo a favore della povera gente del luogo, nonchè
alla impartizione Della comuni pratiche religiose, stante anche
la notevole lontananza di Maddalene dalla chiesa parrochiale di
S. Croce. Le cappelle gentilizie erano tutte annesse alle abitazioni
padronali dei nobili dell'epoca, tra cui spiccano i nomi del Bissari,
dei Beregan, dei Dal Bò o Dal Bue, dei Contarini, dei Marchesini,
dei Gozi, dei Loschi a dei Lonigo. I Bissari, nella loro residenza
di campagna esistente in coltura di S. Croce, "al Termine",
cioè al confine con il comune di Costabissara, avevano
una loro cappella dedicata a S. Giacomo ed eretta nel 1500. E'
riconoscibile in località Maronari, dietro 1'abitazione
della famiglia Confente, anche se oggi fa parte di una costruzione
rurale.(l2)
Una menzione del tutto particolare merita l'oratorio
di Lobbia, (l3) nel quale, è certo, i fratí celebrarono
una messa quotidiana, almeno per un certo tempo. Questa cappella
fu fatta costruire all'inizio del 1600 da Gio.Battista dal Bò,
che aveva in zona notevoli proprietà terriere. La figlia
di questi, Maria, nel suo testamento del 1663 ordinava che alla
morte della sorella Isabella "fossero applicati ducati 1000
per la celebrazione quotidiana della messa in detta cappella".
Il fratello Ettore si sarebbe in seguito incaricato di far eseguire
tale volontà a ne avrebbe curata la continuità rivolgendosi
ai frati di Maddalene ed ottenendone la disponibilità.
Altra chiesetta tuttora esistente, ma in condizioni
di totale degrado, è quella fatta erigere dal come Alfonso
Loschi, oggi in strada Monte Crocetta (di fronte al deposito del
servizio igiene ambientale Della AIM) oggi proprietà della
famiglia Zaccaria. Si tratta di Alfonso fu Fabrizio Loschi, sposato
con una certa Marina non meglio specificata. Questa cappella era
annessa alla loro casa padronale poco più in sù
alle pendici del monte Crocetta, recentemente restaurata dagli
attuali proprietari. (l4)
Anche i conti Lonigo avevano una loro cappella
attigua alla casa padronale sul Monte Crocetta, lato sud, ora
proprietà della famiglia Beretta. I conti Lonigo, il 10
settembre 1711 stipularono con il priore del convento di Maddalene
un accordo nel quale, i frati si impegnavano a celebrare ogni
giorno una Messa nella cappella suddetta con esclusione della
4^ domenica di quaresima a del 22 luglio di ogni anno. (l5) L'assenza
del religioso nelle due giornate predette era motivata dal fatto
che presso il convento di Maddalene in quelle due date avvenivano
le celebrazioni dei santi patroni, a 1'intera comunità
religiosa era tutta impegnata a seguire le necessità della
popolazione che per 1'occasione arrivava a Maddalene anche dai
vicini paesi.
L'ultima cappella che merita di essere menzionata è quella
che costruì Nicolò Beregan a fianco della sua villa
di campagna dedicandola a S. Carlo, ancor oggi visibile in fondo
a strada Della Beregane, nella proprietà Pertile. Di questo
manufatto, oggi rimane la sola facciata esterna che dà
sulla via che prese il nome dalla nobile famiglia. (l6)
Durante la permanenza dei Girolimini a Maddalene,
arrivarono ad arricchire la Chiesa di S. Maria Maddalena alcuni
dipinti di un certo pregio, che, come si legge nell'inventario
del 18 settembre 1772, risultavano essere di proprietà
del convento. Una menzione del tutto particolare merita il dipinto
denominato "La flagellazione di Cristo alla Colonna"
il quale, secondo i frati viene attribuito all'illustre Jacopo
da Ponte detto il Bassano Vecchio (1510 ca
1592). Al riguardo sono in corso opportuni accertamenti ad opera
della Soprintendenza ai beni artistici e culturali di Venezia
per accertare 1'esatta attribuzione dell'opera, poichè
alcune recenti ipotesi di illustri studiosi, quali il Barbieri,
tenderebbero ad escludere questa possibilità. Questo dipinto
è stato consegnato al convento di Maddalene nei primi anni
del 1700 a dovrebbe essere stato un dono ricevuto dal priore dell'epoca
del convento di Maddalene, padre Trolese. E' tuttavia necessario
ricordare che 1'altare laterale in cui alloggiava il dipinto,
era stato donato da Francesco Contarini, discendente di quella
Cecilia Contarini arrivata a Maddalene verso il 1568. Questo Francesco
Contarini, nato a Venezia il 9 gennaio 1626, ritornato nella città
lagunare, il 28 settembre 1703 scrive di suo pugno un testamento
a favore dei frati di Maddalene, nel quale díchiara "volendo
io Francesco Bertuzzi Contarini dar qualche segno del mio animo
grato et obbligazioni alla Chiesa a convento di S. Maria Maddalena
appresso Vicenza, et insieme costituir un fondo utile con cui
possi esser dotato in qualche forma et officiato il mio altare
della SS. Passione di N.S. G. C. esistente in detta Chiesa della
Maddalena, con il celebrarmi una messa in settimana in perpetuo
per l'anima mia. .. cedo al convento medesimo la pezza di terra
detta la Boschetta ". Questo gesto di per sè lodevole,
apre in realtà, un contenzioso con Venezia, che da poco
aveva emanato disposizioni contro le donazioni di beni ai conventi
a ordini religiosi. All'apertura del testamento, i frati non nascondono
le loro perplessità, ed il 16 dicembre 1726 il capitano
di Vicenza Giacomazzo Bortolamio, investito del problema, rimanda
al Collegio dei X Savi a Venezia la soluzione della questione,
perchè si pronuncino. Il 9 maggio 1733 arriva per i frati
di Maddalene "la Grazia", come la definiscono, che consente
loro di prendere possesso a tutti gli effetti di quella pezza
di terra di quattro campi posta nelle vicinanze di Costabissara.
La lettura di questo testamento ci consente anche di chiarire,
o quanto meno di ipotizzare che 1'arrivo a Maddalene del quadro
"La flagellazione" sia opera di questo nobile Francesco
Contarini. Egli dichiara ínfatti che 1'altare della "Passione"
è suo. Viene fin troppo spontaneo a questo punto, pensare
che sia lui il committente del dipinto ai Da Ponte di Bassano,
non essendo certamente alla portata dei Girolimini la relativa
spesa. (17) Oggi questo quadro si trova conservato presso il Museo
Civico di Vicenza, trasportatovi all'inizio degli anni 60 per
ragioni di sicurezza a per essere restaurato.
Altra pittura di un certo valore, è un quadro attribuito
al Carpioni, raffigurante la Madonna, il Bambin Gesù e
sant'Antonio da Padova, anche questo collocato nell'altare di
destra entrando nella Chiesa dell'ex convento. Questa tela, riscoperta
recentemente a opportunamente restaurata, è stata attribuita
con assoluta certezza da un profondo conoscitore delle opere del
Carpioni, quale è don Mario Saccardo, al predetto pittore.
Centinata (cm. 201 x 126) la Madonna, in posizione seduta, è
amorevolmente china sul Bambino, tenendolo sulle ginocchia; Bambino
che a sua volta a chino su Sant'Antonio, a cui sta offrendo il
giglio, consueto attributo del Santo patavino, che in ginocchio
ed in atteggiamento estatico, è nell'atto di accoglierlo.
Davanti al medesimo santo a sul pavimento, un gran libro spiegato,
che costituisce un altro attributo del taumaturgo, in alto a in
asse con il quale compaiono due angioletti in festa che contemplano
la scena sottostante, mentre alle spalle della vergine aleggia
un cherubino. Al lato destro della tela, un limitato paesaggio,
in cui spiccano un tronco d'albero a in lontananza, una torre
medioevale. Nubi ed un ampio squarcio di luce dorata animano il
fondo del dipinto, che per 1'espressività dei personaggi,
la cromia a la scioltezza, è indubbiamente da valutare
opera di notevole livello artistico.
La data di compimento della tela è ancorabile al 1665 o
intorno al medesimo anno. L'altare in cui alloggiava era dedicato
a Sant'Antonio da Padova come testifica la seguente iscrizione,
che si legge su una tabella marmorea al centro del fastígio
del medesimo altare: "D.O.M. / divoq. Antonio confess./ F
Ludovicus De Portis / Prior / devotionis ergo / an. MDCLXV".
Tale scritta già registrata da G. T Faccioli, Musaeum...
II, 1803, p. 81 viene a dirci che 1'altare fu fatto erigere nel
1665 dal priore Lodovico Porto (si veda al riguardo a pag. 18
del presente libro il bozzetto elaborato dallo scultore Zuanne
Merlo) con dedicazione, oltre a Dio, a sant'Antonio, per esserne
egli devoto. Di certo appartenente all'omonima nobile famiglia
vicentina, come dallo stemma soprastante alla citata tabella,
il girolimino Lodovico Porto lasciò memoria del suo priorato
erigendo 1'altare, altare che sicuramente egli fece costruire
a proprie spese (beni non gli dovevano mancare, oriundo com'era
da una facoltosa famiglia), se vi appose 1'arma dei Porto, a altare
che dotò di una pala commessa al pittore più qualificato
di cui Vicenza allora disponeva, cioè a Carpioni.(l8) Attualmente
si trova collocata presso la nuova Chiesa parrocchiale di Maddalene,
assieme ad un'altra tela, anche questa appartenuta all'ex convento
di Maddalene, di cui non si conosce 1'autore, a risulta essere
in condizioni abbastanza buone. Centinata, (cm. 174 x 88) raffigura
un (santo) vescovo, presumibilmente girolimino, ín contemplazione
della Vergine, che con una mano gli indica il cielo. Anonima,
è da collocare nei primi decenni del Settecento a nell'insieme
da giudicare lavoro di buona fattura, con qualche richiamo (vedi
la Vergine) ai modi di Giovanni Antonio De Pieri. (19) L'opera
di restauro delle due tele, è stata portata a termine nel
1992.
Secondo quanto si legge nell'inventario sopra richiamato, nell'antico
refettorio del convento esisteva anche un altro quadro di pittore
sconosciuto, raffigurante Caino ed Abele, di cui peraltro si sono
perse le tracce.(20)
1 G. Mantese "Correnti Riformistiche a Vicenza nel primo
400" pag. 134 nota n. 54 - 55 - 56 - 57.
2 G. Mantese op. cit. pag. 383.
3 G. Mantese op. cit. pag. 383.
4 A.S.VI. Convento di S. M. Maddalena busta n. 169.
5 M. Saccardo "Notizie d'arte a di artisti vicentini"
pag. 545 a segg.
6 G. Mantese op. cit. pag. 304.
7A.S.VI. Convento di S. M. Maddalena busta n. 162.
8A.S.VI. Convento di S. M. Maddalena busta n. 162.
9A.S.VI. Convento di S. M. Maddalena busta n. 151
10 Balistreri - Lovato - Traverso - Vighy Ed. Cluva "Costabissara
Memorie a rilievi degli edifici di un tempo" pag. 65 .
11G. Maltese op. cit. pag. 413.
12 A Balistreri - Lovato -Traverso- Vighy Ed. Cluva "Costabissara
ecc." pag. 67.
13 Maltese op, cit. pag. 288 a nota n. 96.
14 14 G. Mantese op. cit. pag. 288.
15 15 A.S.VI. Convento S. Maria Maddalena busta n. 168.
16 16 G. Maltese op. cit. pag. 289 a nota n. 99.
17 A..S.VI. Convento S. Maria Maddalena busts n. 169.
18 M. Saccardo La Voce dei Berici del 6 sett. 1992.
19 M. Saccardo La Voce dei Berici del 6 sett. 1992.
20 A.S.VE. Fondo Agg. Mon. vendite conventi busta n. 64 atto 415/2.