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CAPITOLO X


LA CONDIZIONE SOCIALE DELLA GENTE DI MADDALENE DOPO LA PARTENZA DEI FRATI

Alla partenza dei Girolimini per il Summano il 23 settembre 1772, la popolazione di Maddalene si trovò praticamente priva di ogni sostegno sia spirituale sia morale di cui aveva beneficiato fino ad allora.
Il convento di Maddalene, come abbiamo visto, continuò ad essere motivo di una lunga controversia, che arrecò disagi sopratutto agli abitanti di quella Coltura, a solo il 29 dicembre 1793 fu messa la parola fine a questa tormentata vicenda, grazie all'interessamento congiunto Beregan Ramanzin.
Sicuramente la mancanza dei religiosi deve aver posto parecchi problemi se il Beregan, nell'atto di donazione della Chiesa pose come condizione la nomina di un curato fisso per le necessità della gente del luogo, in sostituzione del coadiutore del parroco di S. Croce che si recava a Maddalene nei soli giorni festivi.
Abbiamo visto nel capitolo precedente come il Beregan si adoperò per restituire alla popolazione di quel borgo la Chiesa dell'ex convento, rendendo loro un servizio che, stando ai documenti, diversamente non sarebbe stato possibile.
Inutile negare che la sensibilità di quest'uomo verso la povera gente del contado deve essere stata notevole, se è vero che i Governatori della Coltura di Santa Croce si rivolsero solo a lui e a nessun altro convinti che fosse l’unica persona in grado di dipanare l’ingarbugliata matassa.
A convincere il Beregan ad intervenire deve essere stata anche la condizione sociale della popolazione, che doveva essere particolarmente misera ed al limite della sopravvivenza come è possibile rilevare dalle cronache a dalle suppliche che venivano inoltrate alle più alte cariche della ' Repubblica Veneta affinché esentasse gli abitanti delle colture dal pagamento dei tributi.
Questa situazione era determinata dagli oneri imposti al territorio, dall'aumento costante a veloce della popolazione, dalla scarsa produttività della terra per cui ne conseguiva un calo sensibile a fatale del tenore di' vita a delle infrastrutture sociali. L'economia era esclusivamente agricola a tutto ciò che si produceva veniva trasformato ed utilizzato in seno alla comunità. La famiglia di tipo patriarcale, era sempre numerosa sia per il numero della prole, sia perché i figli sposati convivevano con i genitori, a causa della estrema povertà, sopportando disagi notevoli con un grande spirito di adattamento.
Si ricordano episodi in cui il genitore ha ceduto il proprio letto al figlio sposatosi, ritirandosi nel fienile; o ancora persone che alloggiavano negli ovili, non avendo altra sistemazione.
Eppure, nonostante questo, tutto aveva un suo ruolo ed una sua giustificazione. La comune povertà rendeva più sopportabile la dura condizione a potenziava le doti di umana vicinanza a di mutuo soccorso. In tutti vi era profonda religiosità a grande abbandono nella Provvidenza: vivevano in semplicità a possedevano una serenità oggi introvabile. Il tempo era scandito dai solenni rintocchi delle campane che puntualizzavano i momenti più significativi della giornata regolando le attività campestri inserite nel mutare delle stagioni.
L'uomo era un tutt'uno con la terra, abbondantemente bagnata dal suo sudore per strapparle di che vivere. Essa veniva sfruttata con un lavoro pesante a paziente che richiedeva tutta la numerosa manodopera senza distinzione di età. Ad ognuno era attribuito un compito: ai più giovani l'accudire il bestiame al pascolo, ai grandi i faticosi lavori dei campi: rivoltare la terra a mano a con rudimentali aratri trainati da buoi, falciare l'erba, tagliare la legna per potersi riscaldare durante i mesi freddi.
Neppure nella stagione in cui la terra si riposa, la gente si concedeva tregua, poiché proprio in questo periodo riparavano a preparavano gli attrezzi che sarebbero serviti in primavera ed in estate soggiornando a lungo nelle stalle, anche per ripararsi dal freddo.
Se le giornate erano scandite dai rintocchi delle campane, le stagioni erano caratterizzate dalle ricorrenze agricole quali la semina, la raccolta del frumento a del mais, il taglio dell'erba a della legna a la torta fatta in casa: pane vecchio a bagno nel latte, farina raccolta dei frutti. Di tutto si faceva conto; tutto si utilizzava con religiosa parsimonia. L'avarizia' della terra veniva vinta dalla caparbia laboriosità.
La tavola era quanto di più frugale si possa immaginare, quando naturalmente, vi era qualcosa da mangiare: la carne era un lusso, il pane bianco una rarità, il brodo un desiderio, la minestra di brodo un privilegio riservato agli ammalati. Non c'è perciò da meravigliarsi se c'era un piatto, assai in voga, chiamato "macafame": pane grattugiato, farina a sale impastati con 1'unto ricavato facendo cuocere le ossa del maiale a del cotechino. Il piatto, di alto contenuto calorico, veniva preparato in quantità tale da poterne offrire anche a persone al di fuori della famiglia che lo gradivano sempre. Che fosse particolarmente unto ce lo svela il ritornello con cui si soleva indicare il "macafame": "Onto, bisonto, sotto terra sconto, bon da magnare, cattivo da indovinare" .
In ricorrenze speciali si poteva assaporare la torta fatta in casa: pane vecchio a bagno nel latte, farina bianca, canella, sale zucchero a lievito. Anche per questo piatto vi era un indovinello: "Fogo sotto fogo sora e in meso 'na siora, cosa selo?".